Bossi prende tutto e rilancia: "Io sindaco di Milano"

Il leader della Lega festeggia la valanga di consensi: "Qui da noi la
sinistra non esiste più. Solo il Pdl ha resistito allo tsunami". Poi
annuncia: "Proporrò al partito il mio nome per il capoluogo lombardo". E
avverte: "Zaia farà il ministro e il governatore"

Milano - Ha i toni del padrone di casa tranquillo, lo stile di chi non deve alzare la voce per comandare: «Non siamo geni, siamo fortunati. Proporrò il mio nome come sindaco di Milano». Pensa di avere vinto il Nord, Umberto Bossi. Spiazza i giornalisti che stazionano in via Bellerio e alle sette e un quarto di sera, appena raggiunta la ragionevole certezza che Roberto Cota ha sconfitto Mercedes Bresso in Piemonte, si presenta con l’aria trionfante. I risultati sono ancora incerti, ma lui manda già tanti saluti all’Udc che si è schierato contro: «Se lo tenga pure la Bindi, noi vinciamo anche senza di loro».

Il Piemonte è la partita più difficile, ritenuta un azzardo e finita al fotofinish. Soddisfatto, tra il figlio Renzo, il ministro Roberto Calderoli e il neo vicepresidente della Lombardia, Andrea Gibelli, si lancia: «Tutto... abbiamo preso tutto». Non vuole mollare niente, nemmeno l’incarico romano di Luca Zaia, appena eletto governatore del Veneto: «Continuerà a fare il ministro dell’Agricoltura. Gli agricoltori vorrebbero uno della Lega, perché temono che se arriva uno dei partiti si torni indietro». Tappeti rossi per l’azzurro Giancarlo Galan al governo: «Non abbiamo messo il veto, siamo mica carogne».

Scatta il rilancio e la posta è alta: «Mi proporrò al consiglio federale come sindaco di Milano». Agli amici Bossi ha confidato un sogno tra l’avveniristico, il nostalgico e la boutade, «arrivare a Milano come sindaco della Lega navigando sul Po insieme a Berlusconi». Adesso si chiedono che intenzioni abbia, se davvero voglia rubare il posto «all’amica Letizia Moratti». La fidata Rosy Mauro, che lo accompagna, azzarda: «Non è detto che il consiglio federale gli dia l’autorizzazione, non vogliamo perdere il segretario».

L’analisi del voto di Bossi parte da una certezza: «La sinistra è andata a picco, è ko, è scomparsa. Paga questo non voler fare le riforme». Nel Nord, secondo le previsioni della vigilia, la battaglia è stata all’interno della maggioranza, tra Pdl e Lega. In Veneto il Carroccio ha completato il sorpasso, in Lombardia tallona il Popolo della libertà sia pur da una certa distanza, in Piemonte ha preso la presidenza della Regione. «Ce l’aspettavamo, tanto che abbiamo chiesto il Veneto e il Piemonte».

Con Silvio Berlusconi, assicura il Senatùr «alleato fedele», i rapporti sono ottimi come sempre: «Gli equilibri nel governo non cambiano, ma io sono l’arbitro. Fino a quando gli altri mantengono la parola, io mantengo la parola». Scherza: «Ho telefonato a Berlusconi per fargli i complimenti, perché il Pdl è stato l’unico partito a resistere allo tsunami della Lega. Tutti gli altri sono rimasti travolti». Aggiunge che «non è importante avere vinto o no il derby, ma avere sconfitto e fatto sparire la sinistra che non vuole le riforme».

Se lo ricordano in pochi ma la Lega Nord è il partito più vecchio d’Italia, Umberto Bossi è arrivato in Parlamento nel 1987, preistoria di questa Italia, e nel salone di via Bellerio un manifesto elettorale lo ritrae giovanissimo, accanto alla statua di bronzo di Alberto da Giussano. Lui passa sotto l’armamentario delle vecchie glorie e fa i complimenti ai suoi: «I lombardi sono un popolo sveglio, capiscono le cose prima degli altri. Sono anticipati, tanti anni fa l’avevano capito per primi che la Lega sarebbe stata una forza d’urto».

Rivendica «il federalismo prima possibile, subito» e sostiene che le tre Regioni del Nord, Lombardia, Veneto e Piemonte faranno da battistrada per i decreti attuativi, «saranno le prime regioni ad attuare il federalismo fiscale e rimetteranno le ali al Paese». Nel suo progetto è una specie di secessione dolce, con la Padania che va avanti alla sua velocità e il resto d’Italia può accodarsi, se riesce.
L’astensionismo ha una doppia ragione: meteorologica e politica. Il cielo azzurro e «l’affezione al caldo» hanno convinto molti ad andarsene al mare o sui colli, ma i vacanzieri della domenica sono popolo del Pdl e del Pd, non leghisti, che, come ricordano i suoi politici, «sono abituati a fare i week end fuori porta». Poi c’è anche la motivazione d’attualità: «Non ha fatto bene la vicenda delle liste. La gente pensa che o i politici o la magistratura fanno quello che vogliono e si disamorano della politica».

Festa familiare. La vittoria è dedicata al figlio Sirio, che domenica pomeriggio ha chiesto (e ottenuto) di andare al seggio con il padre. Ma soprattutto, Bossi è contento del risultato del figlio Renzo che, forte del cognome di famiglia, è stato il primo degli eletti nel collegio di Brescia: «Ha lavorato tanto e bene. Renzo è bravo, mi dà una mano, corre da tutte le parti e viene a tutti i comizi. Forse ha trovato la sua strada». Il giovane riccioluto annuisce. Ti piacerebbe fare l’assessore? Lui non si tira indietro: «Vediamo, deciderà il presidente Formigoni».

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