Bot a zero, l’affare sono i bond. Ma non per tutti

L’elenco è lungo. In pochi mesi tutti i big di Piazza Affari hanno emesso - o annunciato - le loro obbligazioni. Eni, Fiat, Telecom, Finmeccanica, Edison, Unicredit, Intesa, Generali, Enel, per almeno 26 miliardi di euro da inizio anno. Cifra destinata a salire ancora.
Si è aperta - come dicono gli esperti - una «finestra» favorevole per questo tipo di operazioni. Aziende, banche e investitori ci si sono buttati a capofitto. A prima vista, con grande soddisfazione di tutti, anche se forse non è proprio così. Ma ci arriviamo.
Alla base di tutto c’è la politica di tassi zero delle banche centrali. La Bce li ha portati all’1% ma, insomma, non sono mai stati così bassi: con due conseguenze. Innanzitutto materia prima, la moneta, in abbondanza e a disposizione di tutti. Poi, la «fame» di rendimenti. La discesa dei tassi ha buttato al tappeto i rendimenti dei titoli di Stato, costringendo gli investitori a cercare un’alternativa per portare a casa qualcosa in più dello zero percento. Prendiamo l’asta di ieri di Bot, con rendimenti scesi ai minimi storici. La cedola «lorda» del trimestrale è allo 0,386%. Tolte le imposte (il 12,5%) e le commissioni bancarie si va sottozero, al -0,08%. Poi - occhio - l’inflazione italiana è tornata positiva in agosto. Significa che il rendimento reale dei titoli di Stato scende ancora più giù. Vista la situazione, i motori della finanza hanno cominciato a scaldarsi.
Sicuramente ci guadagnano gli emittenti, che riescono ad incamerare denaro liquido a condizioni molto vantaggiose. Prendiamo Generali. Con l’emissione di due giorni fa ha coperto tutto il debito in scadenza l’anno prossimo a costi minori: pagherà il 5,125% invece del 6,15%.
Ci guadagnano le banche d’affari, che coordinano queste operazioni staccando ricche parcelle. Spesso, tra l’altro, sono gli stessi advisor ad alimentare il gioco. Si presentano dalle aziende, propongono, trovano gli investitori (in questo lavoro contano molto le buone relazioni), mediano sui prezzi, insomma creano il deal.
Ora il capitolo sottoscrittori. Salvo il bond Eni di giugno, destinato ai risparmiatori privati, tutti gli altri sono stati riservati agli «istituzionali», ovvero i grandi investitori professionali (banche, società di gestione, fondi). Dunque nei portafogli retail le obbligazioni aziendali ci sono in minima parte direttamente, ma soprattutto attraverso quote di fondi comuni o di fondi pensione. I corporate bond offrono cedole decisamente superiori rispetto ai titoli di Stato, ma anche un rischio più contenuto rispetto alla Borsa. Un mix ideale, ora, di rischio e rendimento: non a caso ogni emissione recente ha regolarmente registrato il tutto esaurito. Tutto bene? Be’, no. Perché si tratta in gran parte di tassi fissi e forse non è un grosso affare congelare denaro in un investimento a lungo termine, magari 15 anni, ai tassi fissi di adesso. D’accordo, bisogna capire cosa offre di alternativo il mercato. Ma i tassi di interesse ora sono, se non proprio a zero, ai minimi storici. Impossibile che scendano ancora, difficilissimo che non tornino a salire. Ovvero nei prossimi anni i tassi di mercato saranno, nella peggiore delle ipotesi, uguali a quelli di adesso. Perché allora bloccare così a lungo i propri investimenti al minore tasso possibile?

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