Bush: «America drogata dal petrolio occorre tagliare questa dipendenza»

«In Cecenia è finita l’operazione antiterrorismo, adesso è sotto l’egida della nostra Costituzione»

da Washington

La prima cosa che si è saputa a proposito del discorso di Bush sullo «stato dell’Unione» è che doveva «contenere una visione». In altri termini, avere un tema generale, o almeno alcuni riferimenti prevalenti e non limitarsi a un elenco di buone intenzioni, come lo era stato ad esempio quello del gennaio 2005. Ma i tempi sono molto cambiati. Il presidente è ora sulla difensiva e intende impostarla nella maniera che conosce meglio e che gli ha dato finora i maggiori successi: l’attacco. Nel suo discorso, che parte dalla constatazione che «l’America dà il meglio di sé quando forgia gli eventi e non quando si lascia forgiare da essi», Bush ribadisce anche l’impegno, già espresso nel discorso inaugurale del suo secondo mandato, «a cercare di fare finire la tirannia nel mondo»: un obiettivo «storico di lungo termine», dal quale «dipende la nostra sicurezza in futuro».
Ogni anno il discorso sullo «stato dell’Unione» ha avuto, particolarmente con Bush, un tema centrale: una volta la proclamazione dell’esistenza di un Asse del Male, un’altra la preparazione del Paese alla guerra all’Irak, un’altra ancora l’apertura della campagna elettorale presidenziale, l’ultima volta la riforma del sistema pensionistico. E anche nel 2006 i temi debbono essere pochi ed essenziali: la continuazione della lotta al terrorismo, che comporta la difesa del controverso programma delle intercettazioni telefoniche e la richiesta di rinnovare il Patriot Act, che scade dopodomani. La guerra al terrorismo non si vince solo militarmente: «Per superare i pericoli, dobbiamo anche assumere l’offensiva nell’incoraggiare il progresso economico, nel combattere le malattie e nel diffondere la speranza là dove non c’è». Il presidente vuole anche sgravi fiscali per le assicurazioni e le spese mediche. Ma quest’anno c’è una nuova emergenza: secondo Bush «l’America è drogata dal petrolio». Occorre quindi rompere la dipendenza dai fornitori stranieri in aree del mondo «instabili». E per «rompere questa schiavitù» bisogna introdurre nuove tecnologie, per esempio una forte spinta alle auto ibride e all’etanolo. Per Bush questo sarà un anno «decisivo»: si sentono i richiami del protezionismo e dell’isolazionismo che offrono, però, una falsa speranza di una vita più facile. «L’economia americana è preminente, ma non può permettersi di essere compiacente», perchè «vediamo nuovi competitori come la Cina e l’India». Quindi, l’unico modo in cui l’America può controllare il proprio destino è di «continuare a guidare».
Il 2006 è un anno elettorale, anche se la Casa Bianca non è in gioco. Si eleggeranno due terzi dei governatori degli Stati e, quel che più conta, un terzo del Senato e l’intera Camera dei deputati. I repubblicani rischiano di perdere la maggioranza in almeno uno dei rami del Parlamento.
La situazione di partenza è difficile, messa a nudo spietatamente dai sondaggi che in questi giorni si succedono e si inseguono. L’«indice di approvazione» dell’operato presidenziale è sceso al 39 per cento, dal 50 per cento dell’anno scorso, dal 55 per cento dal giorno in cui Bush è entrato in carica, dal 78 per cento subito dopo l’attacco dei terroristi alle Torri Gemelle. Siamo ai minimi storici. A questo punto nel secondo mandato tutti i presidenti rieletti nel secondo dopoguerra, tranne uno, hanno fatto meglio di Bush. L’eccezione è Nixon, che a questo punto era sull’orlo dell’impeachment e delle dimissioni. Il 39 per cento di Bush va paragonato al 52 per cento di Eisenhower, al 59 per cento di Clinton e al 65 per cento del recordman, Ronald Reagan. La maggioranza degli americani disapprova l’impresa in Irak, è pessimista sul futuro dell’economia, è intenzionata a votare democratico per il Congresso. Bush ha perduto anche uno dei suoi due atout: non è più considerato dalla maggioranza un presidente «onesto e sincero» né «un forte leader».