Nel teatro sguaiato degli allenatori saltimbanchi, se ne è andato, silenziosamente dimenticato, Rino Marchesi. «Era una brava persona, un uomo gentile che rispettava tutti, lo ricordo con profonda commozione», così ha detto Michel Platini che giocò alle sue dipendenze con la Juventus. Rino ha chiuso a ottantotto anni e ha potuto vivere bene la sua carriera nel calcio, senza riflettori abbaglianti ma con la normalità delle persone leali. Non si fece mancare nulla, prima di Michel seppe allenare Maradona al debutto nel nostro campionato. Apparteneva, per educazione e comportamento, ad un'altra epoca, soffriva la vigilia delle partite ricorrendo a qualche pillola tranquillante, non spacciava football, mai l'ho sentito urlare, semmai mormorare parole giuste, nelle nuvole aspre del suo sigaro toscano, sapeva, dunque, ascoltare insegnamenti e idee, nelle interviste era un compagno e amico. Lo ricordo, un pomeriggio, durante un suo incontro con Gianni Agnelli, l'Avvocato chiedeva informazioni e Rino, vestito come un umarell con il borsello a tracolla e i sandali con calzino corto ai piedi, informava Agnelli su quello che stava accadendo nell'ultima stagione di Platini.
Era un lombardo di San Giuliano Milanese, da professionista aveva attraversato il Paese per giocare a pallone e poi insegnarlo, da mediano aveva vinto con la Fiorentina e vestito la maglia della Lazio, da allenatore era riuscito a trovare salario nelle grandi squadre e città, Napoli-Inter-Juventus, però si portava appresso come un peccato originale la definizione perfida con la quale Antonio Sibilia, all'Avellino, lo aveva timbrato: «Marchesi è un medico che non ti fa mai morire ma non ti fa mai stare bene assai». In verità questa è stata la sua onestà di uomo di calcio e di normale vita.