"Siamo stati eliminati..." . Alle 23.41 ricevo questo messaggio. È di mio figlio. Ha 11 anni. Non c’è rabbia nelle sue parole, non c’è analisi, non c’è nemmeno una domanda. Solo una constatazione secca, quasi incredula. Come se fosse qualcosa che non dovrebbe succedere. È in quel momento, attraverso quelle parole, che si capisce davvero cosa significa l’ennesima esclusione della Nazionale italiana di calcio dai Mondiali. Non è solo una sconfitta sportiva. Non è nemmeno solo una crisi del sistema calcio. È una frattura generazionale.
Perché i più delusi dall'eliminazione degli azzurri non sono gli adulti. Gli adulti, in fondo, qualcosa hanno visto. Hanno vissuto le “Notti magiche”, hanno visto le finali dei Mondiali, le lacrime vere, le piazze piene, l’Italia che si fermava davvero. Hanno memoria, e la memoria in qualche modo protegge.
I bambini no. I bambini stanno crescendo calcisticamente con i racconti. Sentono parlare di un’estate in cui tutto sembrava possibile, di partite diventate leggenda, di un Paese unito davanti a una televisione. Ma non hanno immagini proprie da associare a quelle parole. Non hanno un ricordo da difendere. Per loro il Mondiale è un’idea astratta. È qualcosa che esiste, ma senza l’Italia.
E allora quel messaggio, "Siamo stati eliminati...", diventa qualcosa di più di una constatazione. È la presa d’atto di un’assenza che, per chi è nato negli ultimi anni, sta diventando la normalità. Il paradosso è tutto qui: una delle nazionali più forti della storia dello sport rischia di diventare, agli occhi dei più piccoli, solo una comparsa. Una squadra di cui si parla molto ma che non c’è mai quando conta davvero.
Non è solo una questione di risultati. Il calcio, soprattutto per i bambini, è fatto di attese, di rituali, di eroi. I Mondiali sono il torneo per eccellenza, quello che scandisce l’infanzia e la giovinezza ogni quattro anni, che crea miti e ricordi condivisi. Se quell’appuntamento salta, per il pubblico più giovane salta qualcosa di profondo.
Si può discutere di moduli, di convocazioni, di errori tecnici. Si può parlare di settori giovanili, di stranieri in Serie A, di mancanza di talento o di personalità.
Tutto vero, tutto necessario. Ma intanto c’è una generazione che resta fuori da tutto questo. Una generazione che tifa Italia senza averla mai vista davvero ai Mondiali. E che, forse, tra qualche anno smetterà anche di aspettarla.