Il 21° scudetto dell’Inter arriva da molto lontano. Di preciso dal 31 maggio, la notte della fragorosa sconfitta in finale di Champions contro il Paris Saint-Germain. Dalla disfatta di Monaco nasce la voglia di riscatto di un gruppo che è riuscito a rialzarsi dopo il fallimento della scorsa stagione fino alla conquista del tricolore. Non era facile e neppure prevedibile immaginare una rinascita interista, dopo l'addio di Simone Inzaghi e i problemi di spogliatoio venuti fuori durante il Mondiale per Club. Ancora di più con l'arrivo di un allenatore da testare ad alti livelli come Chivu e dopo l'avvio incerto con due sconfitte in tre partite. Alla base del successo c'è la forza del gruppo, trascinato da un capitano encomiabile come Lautaro Martinez e dal gruppo degli italiani (Barella, Bastoni, Dimarco). Poi chiaramente subito dopo viene l'indiscusso merito dei singoli, perché sono i campioni a decidere le partite con le loro prodezze. Calciatori che hanno a cuore l'Inter, nei quali tifosi nerazzurri possono immedesimarsi. E nell'epoca del calcio moderno, senza bandiere, non è affatto cosa da poco. Ecco tre grandissimi protagonisti (uno per reparto) del trionfo nerazzurro.
Dimarco, il re della fascia sinistra
L’anno del riscatto. Così può essere definita la stagione di Federico Dimarco. Nessuno più di lui, milanese di nascita e interista da sempre, incarna il senso di appartenenza verso i colori nerazzurri. Più degli altri era uscito a pezzi dalla passata stagione, che gli aveva lasciato in eredità giudizi poco lusinghieri nei suoi confronti. Cioè quella di un giocatore con enormi limiti difensivi e dalla limitata autonomia di sessanta minuti, quelli dopo di cui Inzaghi lo sostituiva puntualmente. Giudizi o anche pregiudizi che il piccolo terzino si è scrollato di dosso, ribaltando totalmente la situazione. Reti, assist e calci piazzati calciati in maniera magistrale col suo sinistro magico, sono sempre stati un habitué per lui negli ultimi anni. Ma a stupire è stata soprattutto l’attenzione difensiva con il minutaggio aumentato sensibilmente rispetto allo scorso campionato. Si è visto un Dimarco più tonico, più preparato atleticamente che evidentemente ha capito come centellinare al meglio le sue energie nell’arco dei novanta minuti. Fondamentale a questo proposito il ruolo di Cristian Chivu, che non lo ha mai messo in discussione nemmeno per un attimo. Gli ultimi due assist realizzati contro il Torino, gli hanno regalato un piccolo record: nessuno aveva mai realizzato 18 assist da quando la statistica viene registrata. In Serie A la fascia sinistra ha un re e si chiama Federico Dimarco, in un ruolo in cui l’Inter ha avuto sempre una storica lacuna se si eccettuano Facchetti, Brehme e per troppo poco Roberto Carlos. Ad oggi sembra davvero impossibile poterlo immaginare con un’altra maglia che non sia quella nerazzurra.
Calhanoglu, regista insostituibile
Regista, faro del centrocampo, un numero dieci piazzato davanti alla difesa. Hakan Calhanoglu è il cuore pulsante dell'Inter: fa circolare il pallone, segna, illumina. Con lui in campo è tutta un’altra musica. Rigori, tiri da fuori o assist, non fa differenza. Una stagione cominciata tra mille incertezze perché in estate era stato sul punto di andare via, attratto dalle sirene del Galatasaray, salvo poi rimanere. Dopo la pace con Lautaro, ci mette pochissimo a tornare il Calha di sempre. Al netto delle frequenti noie muscolari che ne limitano troppo spesso l’impiego, fa sempre la differenza in mezzo al campo. Con un missile terra-aria firma il 2-1 sulla Roma, il gol che rompe gli equilibri e che fa tornare il sereno nel cielo nerazzurro nel momento decisivo del campionato. Tra i calciatori più discussi della Milano calcistica, adorato dalla sponda nerazzurra, odiato da quella rossonera. Una piccola vendetta degli interisti nei confronti dei cugini rossoneri, che ripaga i rimpianti per Pirlo e Seedorf, “regalati” inspiegabilmente a quello che fu l’ultimo grande Milan di Berlusconi. L’Inter se lo tiene stretto proprio perché è quasi impossibile sostituirlo. Troppo difficile trovare un calciatore dalle sue caratteristiche e così decisivo. Più probabile che sarà Zielinski, a prenderne il testimone in cabina di regia. Nel frattempo, stando ai rumors di mercato, a Calhanoglu e all’Inter resta un’ultima stagione da vivere insieme. L’ultimo anno prima di tornare in Turchia, dopo sei splendidi in nerazzurro.
Lautaro Martinez, capitano e leader indiscusso
Lautaro è l’Inter e l’Inter è Lautaro. Capitano, goleador, leader carismatico dentro e fuori dal campo. L’importanza del Toro, mai come quest’anno, è risultata decisiva e non solo per le reti siglate, con il titolo di capocannoniere del campionato praticamente nelle sue mani. Basta infatti che Lautaro sia sul terreno di gioco o anche in panchina da infortunato (quanti giocatori sono disposti a farlo?) per trasformare la squadra e per spingere i compagni a dare qualcosa in più. Non a caso un momento di flessione è arrivato dopo l’infortunio dell’argentino nella trasferta norvegese contro il Bodo-Glimt a metà febbraio. Un mese e mezzo in cui la squadra si è smarrita di testa e si è ritrovata con l’attacco ingolfato. Ma proprio nel momento più difficile, quando Napoli e Milan cominciavano a sperare in un crollo dell’Inter, et voilà Lautaro torna in campo ed è decisivo nella sfida contro la Roma, quella del 5-2 che lancia i nerazzurri alla conquista del tricolore. Gioca per la squadra e non ha l’assillo del gol, come i bomber più egoisti. Con lui si trova a meraviglia Thuram ma anche Pio Esposito e Bonny hanno imparato tanto dal loro capitano, nel loro primo anno in nerazzurro. Una grande stagione, terminata al terzo posto dei marcatori all time. Al momento davanti a lui ora ci sono solo Altobelli e Meazza ma c’è ancora tempo per scalare posizioni e scrivere nuove pagine di storia.
Nel frattempo l’Inter ha trovato un capitano unico nel solco di Facchetti e Zanetti. Chi l’avrebbe immaginato quando otto anni fa, grazie all'aiuto del Principe Milito, l’attaccante di Bahia Blanca sbarcò a Milano appena ventenne?