Il pesce puzza dalla testa. Questo celebre detto popolare può tranquillamente adattarsi al terremoto che vive il calcio italiano dopo l’ennesima batosta della Nazionale che per la terza volta consecutiva non parteciperà ai Mondiali. Chi ci aveva visto lungo, e non da ieri, è l’emblema del nostro calcio: il “Divin Codino” Roberto Baggio, che addirittura nel 2011 propose alla Figc un dossier di ben 900 pagine con la propria visione per ristrutturare le fondamenta del pallone in Italia.
Un materiale mai utilizzato
Il periodo era quello di quando Baggio divenne presidente del settore tecnico della Figc all’epoca Giancarlo Abete e con il pieno appoggio di Renzo Ulivieri. Ma cosa contenevano quelle 900 pagine finite nel dimenticatoio?
Tra i punti principali che già in quell’epoca avrebbero fatto bene al nostro calcio, ecco si parlava innanzitutto dei giovani italiani e di come valorizzarli al meglio. In che modo? Grazie ad apposite scuole, più diffuse e capillari di quelle odierne, dove poter monitorare al meglio la crescita dei talenti.
Un altro punto fondamentale riguarda la selezione degli allenatori: un percorso più rigido e formativo, studi più approfonditi e competenze specifiche. La teoria va bene fino a un certo punto, poi la parola doveva passare al campo.
Come incanalare tutti i risultati? Con una rete informatizzata capillare grazie alla quale si sarebbe potuto procedere per metodologie mirate grazie a un enorme “archivio digitale”. Nel caso specifico, Baggio avrebbe voluto dividere l’Italia calcistica in 100 distretti controllati da tecnici federali.
Quale sarebbe stato il costo complessivo? 10 milioni di euro, cifra elevata ma certamente non dell’altro mondo rispetto al denaro che spesso viene speso in modo “infruttuoso”.
Le parole di Baggio
Eppure, non si fece nulla di quanto prospettato. Lo stesso Baggio, due anni dopo, scelse la strada delle dimissioni sottolineando di non tenerci alle “poltrone”. “Il mio programma è rimasto lettera morta. Non mi è stato permesso di lavorare… Abbiamo presentato il progetto dopo ore di attesa, è stato approvato, ma i fondi non sono mai arrivati. È rimasto tutto sulla carta”.
Quelle parole e soprattutto quel dossier, oggi, pesano ancora di più come un macigno: come sarebbe andata se..? Non lo sappiamo, non abbiamo la sfera di cristallo, ma peggio della situazione in cui poi si è trovata l’apice del calcio italiano è difficile da ipotizzare, onestamente.
Dunque, nessuna novità per un Paese dove spesso l’immobilismo è la parola d’ordine. Proprio l’Italia che, sul petto, ha ben quattro stelle indice di quattro vittorie (1934, 1938, 1982, 2006), soltanto una in meno del Brasile, e che non merita di certo la fine che ha fatto.