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Quella sfida d’addio da ct azzurro celebrò la nuova vita della Bosnia

Guru del Milan degli olandesi e vice campione del mondo a Usa ’94. Domani compie 80 anni

Quella sfida d’addio da ct azzurro celebrò la nuova vita della Bosnia
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Stasera, davanti alla tv, appena Arrigo Sacchi sentirà parlare di Bosnia e descrivere lo stadio di Zenica, i ricordi che sono diventati la sua autentica ricchezza, lo soccorreranno. E lo riporteranno indietro di trent'anni giusti per ripercorrere l'ultima tappa, malinconica, della sua carriera di ct della Nazionale scandita dalla immancabile folle idea di trasferire in azzurro i dettami calcistici utilizzati per trasformare il Milan di Silvio Berlusconi nella squadra premiata dall'Uefa nel 2022 come la più grande squadra di sempre. Quella Nazionale arrivò ad appena undici metri dal cielo di Pasadena, sede della finalissima del mondiale di calcio 1994, con l'Italia di Baggio e di Franco Baresi, proprio loro due gli artefici della prodigiosa cavalcata contro corrente (Roberto assalito dagli acciacchi, operato al menisco il capitano rossonero rientrò giusto in tempo per la finalissima) si lasciarono tradire dai rispettivi rigori calciati in curva. Vinse il Brasile con il giovanissimo Ronaldo, il fenomeno, in panchina e Arrigo invece di inveire contro la maledizione dei rigori riconobbe al rivale il merito del successo. «Noi siamo andati oltre i nostri limiti, loro hanno meritato di vincere». Solo più tardi, di quella spedizione, offrì la chiave di lettura più autentica: «Siamo finiti sulla costa di New York giocando all'ora di pranzo con temperature bollenti e 98% di umidità». Nel novembre del '96, il calcio azzurro fu tra i primi a entrare nella Sarajevo appena liberata dalla guerra, attraversando - scortata dai carri bianchi della Nato - il viale dei cecchini prima di disputare l'amichevole con la Bosnia che avrebbe sancito il ritorno alla vita di quella popolazione. Allora si giocò nello stadio della capitale: negli spazi intorno, un tempo parcheggi, solo croci a perdita d'occhio, testimonianza di una tragedia infinita. Fu l'ultimo atto di Arrigo ct perché dopo qualche giorno, non resistette al richiamo della foresta milanista (il Milan esonerò il tecnico Tabarez) e decise di lasciare la Nazionale e la federcalcio dove nel frattempo Antonio Matarrese aveva ceduto il passo a Luciano Nizzola.

Cominciò in quella stagione la seconda parte della carriera straordinaria di Sacchi scandita dal ritorno non proprio fortunato al Milan (il gruppo storico era ormai giunto a fine ciclo) e dalle successive esperienze tecnico-manageriali prima all'Atletico Madrid, poi al Real Madrid con Florentino Perez presidente, quindi al Parma del dopo Tanzi dove rinunciò alla panchina definitivamente vinto dallo stress per dedicarsi alla scrivania e alla pazienza certosina nel costruire le squadre inseguendo le sue idee contro-corrente. Anche stasera, guardando l'Italia che si gioca in Bosnia il pass per il mondiale prossimo, a poche ore dal compleanno numero 80 che accoglierà in modo riservato, circondato dall'affetto di Giovanna, la moglie, di Simona e Federica le figlie, dei nipoti, Arrigo riuscirà a emozionarsi e a recuperare la memoria più autentica del suo calcio solo se rivedrà frammenti, sia pure isolati, del gioco che lo hanno reso celebre. Gli attestati, italiani e stranieri, non si contano più. Dagli inglesi («incredibile come sia riuscito a far correre in avanti i calciatori italiani»), ai francesi (l'Equipè scrisse dopo la finale di Barcellona contro la Steaua: «Dopo aver visto questo Milan il calcio non sarà più lo stesso»), agli spagnoli (Guardiola, ogni tanto, gli rimanda su whatsapp il gol annullato a Madrid in Real-Milan 1 a 1), gli attestati furono collettivi. Ma il premio a cui Arrigo è più affezionato è di sicuro quel pallone firmato dalle tre icone del calcio mondiale (Alfredo Di Stefano, Pelè e Maradona) che fa bella mostra di sé nella bacheca della sua casa di Fusignano. Proprio Diego, ai tempi del duello scudetto Milan-Napoli, gli propose di trasferirsi da lui. «Mister, con me e Careca parti sempre da 1 a 0» gli disse per provare a convincerlo.

«E il giorno in cui voi due non ci sarete per una squalifica o un raffreddore? Solo il gioco non si infortuna mai» gli rispose. Era il suo marchio di fabbrica. Che vorrebbe rivedere anche stasera dalle parti di Sarajevo.

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