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Spendere per perdere. L'anti-lezione del Liverpool in crisi

Per i Reds campioni mercato da mezzo miliardo: 6 sconfitte nelle ultime 7 partite

 Spendere per perdere. L'anti-lezione del Liverpool in crisi
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Quattrocentoquarantasei milioni di sterline sul mercato sono un motivo sufficiente per sognare campionati e coppe europee. Eppure, per fortuna il successo sportivo non è questione matematica come i bilanci e quindi può capitare che i sogni diventino incubi. E forse in fondo è bello così.

Quanto sta capitando nel ricchissimo calcio inglese è qualcosa che terremota l'assioma per cui le società che più spendono, più vincono. Andiamo con ordine, partendo dal 3-0 esterno con cui sabato il Nottingham Forest, fino a quel momento 19esimo in classifica, ha schiantato il Liverpool ad Anfield Road. Un ko talmente netto e senza scusanti che ha ufficialmente aperto la crisi per i campioni in carica. Che mercoledì sono incappati nella nona sconfitta in 12 partite, brutalizzati in casa dal PSV Eindhoven in Champions League. Il tutto nonostante il mercato più oneroso della storia della Premier League.

Già, perché quest'estate la proprietà americana del club - il Fenway Sports Group - non ha badato a spese. Prima i 165 milioni al Bayer Leverkusen per la coppia Jeremie Frimpong (40) e Florian Wirtz (125), fermo a zero assist e zero gol in campionato, poi i 95 per il centravanti Hugo Ekitike dall'Eintracht Francoforte; a cui sono seguiti i 31 milioni per Giovanni Leoni del Parma, che si è rotto il crociato, i 47 per Milos Kerkez del Bournemouth e - preziosa ciliegina - i 145 milioni spesi per strappare Alexander Isak al Newcastle. Sulla carta, un'armata rossa in grado di annientare la concorrenza.

E invece il tecnico Arne Slot - che rischia l'esonero - a fine novembre si trova a guidare una ciurma totalmente allo sbando, il cui rendimento è inaccettabile sia in termini di punti (-13 in Premier rispetto al 2024/25), sia di prestazioni, sia di statistiche. Con 20 gol subiti, terza peggior difesa d'Inghilterra, a fronte delle sole 6 reti concesse dalla capolista Arsenal, il reparto guidato dall'ormai 34enne Virgil Van Dijk inquieta. Ma anche davanti la squadra non gira. Alla dodicesima giornata, i Reds hanno già perso due partite più di quante ne avessero perse nella scorsa, trionfale stagione. Dal '65 non perdevano due partite di fila con un passivo di tre gol e Isak è il primo giocatore della storia del club ad aver perso le prime 4 partite giocate.

Due sono le tesi degli analisti sull'apparentemente inspiegabile collasso. Da un lato l'ingresso di troppe nuove pedine che hanno rivoluzionato la rosa, ma 5 innesti - neanche tutti titolari - sembrano pochi per giustificare un tale sconquasso tattico. Più interessante è invece la motivazione psicologica: la tragica scomparsa di Diogo Jota, morto in un incidente stradale a luglio, pare aver spezzato qualcosa nei cuori e nell'anima dei giocatori. Un lutto talmente profondo da aver incrinato un meccanismo perfetto.

Eppure recentemente un altro caso ha messo in crisi il comandamento del turbocapitalismo calcistico. Se è innegabile il legame fra gli investimenti monstre della proprietà qatarina del Manchester City e i fasti di una squadra che da decenni navigava nella mediocrità, il miliardo e mezzo speso dalla nuova proprietà americana del Chelsea è diventato una vera barzelletta. Oltre un centinaio di giocatori in rosa, passivi di bilancio da mani nei capelli e una serie infinita di allenatori bruciati sono culminati in una «rivincitina», con la vittoria della Conference League e del Mondiale per Club Fifa. Eppure il Liverpool ha scelto di seguire questa strada lastricata d'oro e contratti faraonici.

Al momento, con gli stessi mediocri risultati calcistici e con un altro grande traguardo tagliato: aver raggiunto il Real Madrid dei Galacticos e il PSG di Messi, Neymar, Mbappè e Donnarumma in vetta alla classifica dei club più spendaccioni e poco simpatici al mondo.

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