Il Carroccio è pronto a difendere Milanese Bossi al Cavaliere: il governo non cadrà

Il leader leghista rinsalda il patto con il Cav. Su Milanese i maroniani pronti a ubbidire in aula, ma nel partito resta il clima da resa dei conti. Il deputato sulla graticola si autosospende dal Pdl. Polemica su Fini per il meccanismo di voto

Il Carroccio è pronto a difendere Milanese 
Bossi al Cavaliere: il governo non cadrà

Roma - Bossi rinsalda il patto con Berlusconi e sul caso Milanese dà l’ordine ai suoi: respingere le manette. L’obiettivo: disinnescare una pericolosa mina sotto i banchi del governo. Esplode Milanese, esplode Tremonti, esplode l’esecutivo, esplode l’Italia. Meglio evitare. A tarda sera parla il Senatùr: «Io voto per non far cadere il governo» dice prima di incontrare i suoi a Montecitorio. E il capogruppo Reguzzoni: «Voteremo no all’arresto senza se e senza ma».
Per tutto il pomeriggio bocche cucite da parte dei parlamentari del Carroccio, in attesa del verbo bossiano che arriva verso le 20.30. Determinante un summit di un’ora e mezzo col premier a palazzo Grazioli, alla presenza di Letta, Alfano, Calderoli, Zaia e Cota. «L’incontro è andato bene», dice Bossi in serata. È lì che matura una decisione tutt’altro che scontata anche se fino ad ora, in chiaro, Bossi aveva fatto intendere che non ci sarebbe stato un altro caso Papa. Allora i «maroniti» ebbero la meglio e spedirono il deputato pidiellino a Poggioreale ma oggi non sarà così. Meno di dieci giorni fa il Senatùr aveva detto a microfoni aperti che «Non mi piace mandare in galera la gente». Altro segnale era arrivato dal «no» all’arresto dai due membri leghisti in giunta per le autorizzazioni della Camera, Luca Paolini e Fulvio Follegot.
Altri due elementi fanno propendere il Carroccio per la difesa del deputato pidiellino. Il primo è che al di là di tutto continua a scorrere sangue garantista nelle vene dei leghisti. Il secondo elemento è puramente di realpolitik. Conviene mandare in galera un parlamentare di peso col rischio che i pm, un minuto dopo, possano far più o meno il seguente discorso: «Ora ci dici quello che vogliamo sentire altrimenti non vedi più la luce per molto tempo»?. Magari tirando in mezzo Tremonti, ministri, pezzi grossi della maggioranza, Lega inclusa? No, non conviene. Scartata l’ipotesi della libertà di voto. «Dimostrerebbe di non riuscire a tenere i suoi», dice un pidiellino facendo riferimento ai pruriti dei “maroniti” di far saltare Milanese e quindi il banco.
Già. Che faranno i «maroniti»? Maroni, in Transatlantico, non può dire altro che «La Lega ha sempre una e una sola posizione, e anche stavolta sarà così». Di fatto si atterrà alle indicazioni del “capo”, seppur forse obtorto collo. Una mossa che potrebbe far pesare sul fronte interno in futuro. Come a dire: «Su Milanese ho piegato la testa quindi adesso pretendo...». E la pretesa potrebbe essere un minor peso del cosiddetto «cerchio magico» che ha nel capogruppo alla Camera Reguzzoni un proprio esponente di spicco. In ogni caso Maroni sembra giocare una partita parallela se nel pomeriggio, alla buvette, ostenta grande sintonia col leader del Pd, Bersani. Tra i due, testimone Cota, un conciliabolo fitto fitto di quasi mezz’ora. «Staranno siglando il patto del supplì», commentavano sarcastici i cronisti, tenuti a debita distanza.
Rumors e sospetti scacciati via dalle parole di Bossi: «Un ticket Alfano-Maroni per sostituire Berlusconi? Questa la sento per la prima volta... Se Maroni ci sta... Ma non credo che voglia prendersi una bega del genere». Il «lealista» Reguzzoni rilancia: «Abbiamo un governo che è in grado di fare le riforme, non c’è bisogno di un altro». Proprio su Reguzzoni, in mattinata, era scoppiata la bufera per un commento su Napolitano che aveva bacchettato la Lega sulla secessione: «Il popolo è sempre sovrano e quindi è l’unica figura che è sempre sopra il capo dello Stato». Putiferio. Quindi la precisazione: «Non commento mai le dichiarazioni del capo dello Stato che abbiamo il dovere di recepire. È sopra ognuno di noi ed è soggetto solo al popolo sovrano, come prevede la Costituzione. In ogni caso non credo di essere stato offensivo». E Bossi poi minimizza: «Andrò da lui. A me questo presidente è simpatico anche quando ci attacca. Io credo che ognuno è libero di pensarla come vuole. Ognuno deve fare le sue cose».

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