Casini, vero campione di giravolte

L'Udc ormai è diventato un albergo a ore. E in Veneto perde i pezzi

Casini, vero campione di giravolte

Dopo anni di espedienti per sopravvivere, Pierferdy Casini ha acquisito una fisionomia definitiva: è la porta girevole della politica nazionale. Era dal 1994 - quando mancò la Dc nella quale fu svezzato - che cercava nel Palazzo la sua collocazione tra gli arredi. Quello di porta a bussola gli si attaglia doppiamente. A lui come persona, per le continue giravolte. All’Udc, l’albergo a ore che gestisce, per il viavai di politici che vanno e vengono.

Pierferdy, classe 1955, stringe legami a ritmi industriali. Quando gliene viene l’estro, si rappacifica col Cav, il vecchio alleato, e per qualche ora smette di insolentirlo. Poi, siccome il Berlusca, che ne diffida, non gli offre niente di concreto, si rivolge ad altri. Il martedì tresca con Gianfranco Fini, mercoledì con Max D’Alema, giovedì strizza l’occhio a Luca di Montezemolo, il venerdì si rintana con Beppe Pisanu e parlotta di Grande centro. Nel week end, li riunisce tutti a banchetto con l’aggiunta di Pierluigi Bersani e Ciccio Rutelli e preparano una trappola al Berlusca. Il lunedì tira le somme. Si accorge che stringe un pugno di mosche e rifà il giro delle le sette chiese. Il Cav lo rimanda al diavolo, lui ne sparla con Fini, complotta con D’Alema e così via.

Mentre vagola, Casini mette a punto idee e strategie. Le une e le altre, molteplici e contraddittorie. Il suo buzzo di fondo, è l’odio per il bipolarismo che lo costringerebbe a scegliere tra destra e sinistra e, ahimè, a liquidare l’Udc. Non può farlo perché è il suo pennacchio. Senza, finirebbe nel mucchio. L’Udc è il suo capitale e la rendita. Ma poiché con un partitello (5,6 per cento) non si va lontano, ogni tanto estrae un coniglio dal cilindro.

La scusa è sempre quella di risollevare il Paese. Due anni fa, dopo il fallimento di Prodi, Pierferdy propose una grande coalizione di emergenza per unire destra e sinistra. Avendo un’ingiustificata opinione di sé, sognava di mettersi alla testa del caravanserraglio. Nessuno se lo filò e gli fu spiegato che se i due giganti, Pd e Pdl, si accordavano tra loro, lui e l’Udc sarebbero stati superflui. Pierferdy si offese e ci rimuginò un anno.

L’estate scorsa, favorite dal solleone, le sue meningi fecero l’uovo: ancora una grande coalizione ma di diverso conio. Sempre per salvare il Paese - stavolta però dal Cav che lo aveva portato al collasso e all’«emergenza democratica» - Casini propose un nuovo Cln. Ossia, un’alleanza contro il despota tra lui e la sinistra. Il rifondazionista Paolino Ferrero andò in brodo di giuggiole. «Bravo, bene - disse -. Noi per sconfiggere Berlusconi ci alleiamo anche col diavolo». Di fronte a un’adesione cosi maleducatamente espressa, Pierferdy andò anche questa volta sulle furie. Ma come, dare del diavolo a lui, beniamino dei conventi, difensore della famiglia, due volte marito, padre di quattro figli? Ma al diavolo ci vada Ferrero!
Sepolta anche la seconda genialata che doveva farne la mosca cocchiera del Paese, Casini si è definitivamente dato al piccolo cabotaggio. Così, per esempio, per le prossime elezioni amministrative si è alleato a destra e a manca con la capricciosità di una brufolosi. Nel Lazio appoggia il candidato del Pdl, Renata Polverini, precisando che lo fa per amore di Fini e non del Cav. In Piemonte, sta con la sinistra. In Sicilia sta con la destra. In Lombardia va per conto proprio. E così per lo Stivale. Il tutto calibrato con l’obiettivo principe della sua vita: raccattare poltrone o, alla peggio, sediole e strapuntini.

Questo genio accaparratore spiega anche l’andirivieni incessante di personaggi nell’Udc. I delusi dal reuccio udiccino se ne vanno. I trascurati degli altri partiti si affacciano alla sua corte in cerca di lustro. Tra questi itineranti ci sono persone degne e quaquaraquà. Io però non ho spazio per i distinguo e mi limito all’essenziale del fenomeno migratorio. Se ne sono andati dall’Udc per aderire alla destra: Sandro Fontana, Gianfranco Rotondi, Carlo Giovanardi, Erminia Mazzoni, Mario Baccini. Per avviarsi ad altri lidi centristi: Bruno Tabacci e Sergio D’Antoni. A sinistra: Marco Follini, ex amico del cuore di Pierferdy. Sono invece approdati: Adornato dal Pdl; Carra, Lusetti e Binetti dal Pd. Caratteristica collettiva dei profughi: tutti ex democristiani fino al midollo (eccetto Adornato che è stato ogni altra cosa ma non dc). Di democristianità è ovviamente catafratto anche l’ondivago Casini. È il suo primo punto fermo. L’altro, è il seggio parlamentare che occupa dal 1983. Ergo da 27 anni e 324 mensilità da 20.000 euro. Cui vanno aggiunte due contemporanee legislature come parlamentare europeo.

Il bolognese Pierferdy è figlio d’arte. Papà Tommaso, professore di Lettere al liceo, era un capataz della Dc locale. Segretario cittadino negli anni ’50, capogruppo al Consiglio provinciale negli anni ’60. Accerchiato da comunisti, il babbo fu un dc di destra. Altrettanto divenne il rampollo che già nel ’74, ventenne, era delegato petroniano dei giovani dc. In quel sinedrio, strinse amicizia e durevole alleanza con Lorenzo Cesa, l’attuale segretario Udc, e Follini, oggi a sinistra dopo una brusca rottura alcuni anni fa.
Pierferdy è nato doroteo, tendenza democristiana che coincide col versipelle. Di due dorotei è stato pupillo: Tony Bisaglia e Arnaldo Forlani. Con loro prosperò e quando la Dc scomparve, ormai avvezzo ai privilegi del Palazzo e incapace di rinunciarvi, si mise in proprio. Con la determinazione di una zitella sui quaranta, fondò il Ccd (poi Udc) e si accasò con il Berlusca. Grazie a lui è stato vicepresidente del Consiglio e presidente della Camera.

Agio per agio, si è comprato a Roma un bel palazzo a prezzo politico e rifatto un’esistenza. Ha impalmato in seconde nozze Azzurra Caltagirone, figlia di Francesco Gaetano, detto «l’uomo più liquido d’Italia» per le ricchezze paperoniane. Il suocero, costruttore ed editore, ha un posto di prim’ordine nella sua vita. In quella privata, gli ha organizzato il matrimonio a Siena di cui, come vicepresidente del rosso Montepaschi, è ottimate. In quella pubblica, gli ha foraggiato l’Udc con un milione di euro. Briciole, rispetto al finanziamento pubblico. Ma affettuosamente offerte. Più arduo dire se disinteressate.
Comunque, un bel legame familiare. A conferma che Pierferdy di alleanze se ne intende.

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