Il caso Omicidio Procacci, i giudici: «Gli indizi portano al fratello»

L’esito dell’esame del Dna porta «a un’unica interpretazione, ossia che il frammento del guanto di lattice in questione derivi dal guanto di lattice utilizzato da chi ha commesso l’omicidio, che vi ha lasciato all’interno la sua traccia biologica, appunto Pasquale Procacci». Suonano come una sentenza le parole utilizzate dai giudici del Tribunale del riesame per confermare la misura della custodia cautelare in carcere per Pasquale Procacci, l’ex funzionario dell’Audit dell’Agenzia delle entrate indagato per l’omicidio della sorella Maria Teresa, trovata morta intorno alle 19 del 28 aprile all’interno della sua Hyundai Accent.
Nell’ordinanza, il collegio presieduto dal giudice Maria Cristina Mannocci ricostruisce le argomentazioni di accusa e difesa e rileva come il movente di Pasquale Procacci vada individuato «nei litigi tra fratelli» per la «volontà della vittima di rendersi del tutto autonoma nella gestione del suo ingente patrimonio», stimato in 10 milioni di euro dalla difesa ed ereditato un anno prima alla morte del padre. Gli amici della vittima, hanno riferito agli inquirenti che Maria Teresa Procacci «aveva manifestato l’intenzione di diseredare il nipote (ossia il figlio di Procacci Pasquale, Antonio) lasciando il patrimonio alla figlioletta di Antonio, al suo cane e a un ente benefico e l’intenzione di dividere il patrimonio che aveva in comunione con il fratello, per liberarsi del controllo di verifica» da parte sua. Inoltre, secondo i giudici, l’assassino di Maria Teresa Procacci ha agito con «una particolare crudeltà e un particolare accanimento».