Cdl divisa sui tempi della «spallata»

Per Berlusconi e Rotondi l’opposizione deve essere durissima, Casini vuole aspettare la Finanziaria

Fabrizio de Feo

da Roma

La Casa delle libertà è morta, viva la Casa delle libertà. Non è certo un momento facile per il centrodestra. Dopo la sconfitta per un pugno di voti incassata alle politiche, l’uno-due elezioni amministrative-referendum ha lasciato strascichi e ferite profonde nei partiti della coalizione, divisi tra i fautori della guerriglia parlamentare e coloro che non disdegnano una periodica «intelligenza con il nemico». Lo shock, insomma, è ancora tutto da assorbire. E l’attuale opposizione fa fatica a uscire dall’angolo e riplasmare il proprio profilo e i propri obiettivi, riprendendo forza, slancio e iniziativa politica.
Con il progetto del soggetto unico del centrodestra per il momento riposto nel magazzino delle idee impossibili, i partiti marciano in solitaria e antepongono i loro interessi a quelli della coalizione. Silvio Berlusconi è fermo sulla sua parola d’ordine: opposizione dura, senza paura né timidezze. La sua convinzione, infatti, è che il muro contro muro compatti il centrodestra e lo aiuti a dimenticare le sofferenze elettorali. Non è un caso che il leader azzurro si sia detto molto soddisfatto per le otto ore di occupazione del Senato da parte di Lucio Malan. L’Udc, invece, la pensa diversamente e procede sulla via di un progressivo smarcamento. La linea centrista Pier Ferdinando Casini l’ha esposta direttamente a Berlusconi: «Votiamo tutti la mozione Afghanistan e determiniamo una crisi politica nel centrosinistra. È troppo presto per tentare di farli cadere. Bisogna farli logorare per cinque-sei mesi e attenderli al varco sulla Finanziaria. Bisogna scegliere con attenzione il momento della spallata». Il timore manifestato dentro l’Udc è che Giorgio Napolitano, qualora l’Unione vada in minoranza a Palazzo Madama, proceda allo scioglimento del Senato. In questo modo si tornerebbe al voto per eleggere una sola Camera e la disaffezione verso le urne rischierebbe di punire la Cdl. Meglio allora percorrere questa via dopo una serie di sconfitte politiche subite dal governo Prodi. Il ragionamento casiniano, però, non accende grandi entusiasmi dalle parti di Palazzo Grazioli, visto che Berlusconi per riproporre la propria candidatura sa che non può lasciar scorrere troppo a lungo le lancette del tempo. Per questo il Cavaliere ripete secco ai suoi: «Noi non aiuteremo Prodi a uscire dalle secche dove rischia di finire». Una linea che il segretario della Dc, Gianfranco Rotondi giudica «impeccabile». «Berlusconi deve fare un’opposizione durissima, senza porsi il problema di deludere i benpensanti. Poi, caduto il governo Prodi, dovrà pensare a una coalizione davvero capace di governare l’Italia. Per questo, con Ds e Margherita, dovrà lanciare un tavolo di tutti i partiti che si riconoscono nei valori occidentali e nella modernità. Fossi in lui abbraccerei alcuni nemici e lascerei un po’ di presunti amici».
Gli altri partner seguono percorsi meno definiti. La Lega, in fase di elaborazione del lutto, patisce una inevitabile debolezza, dopo lo scacco referendario. Un contraccolpo che la espone alla tentazione del dialogo con la sinistra. An - per convinzione politica ma anche per l’impossibilità di percorrere altre strade - non rinuncia all’imperativo della correttezza verso la coalizione. Deve, però, cercare una nuova missione, anche per allontanare le ombre dell’inchiesta potentina. I partiti della Cdl, insomma, per il momento faticano a fare squadra. Eppure per una coalizione assediata nei luoghi istituzionali da un centrosinistra «pigliatutto» l’unità appare come una merce vitale. L’unico vero antidoto attraverso cui disinnescare le spinte centrifughe e rafforzare le fondamenta di quella Casa delle libertà che appare, per molti versi, ancora l’unico edificio abitabile per i partiti del centrodestra.

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