Celebre per i western iniziò con «Sapore di sale»

Nel 1963 arrivò al successo arrangiando il brano di Paoli con lo splendido assolo di sax di Gato Barbieri. Il primo film fu «Il federale»

da Milano

Ha ragioni da vendere Gino Paoli, quando rivendica d’avere offerto a Ennio Morricone una tra le prime occasioni di successo. Fu quando, era il ’63, l’allora giovane compositore romano, già allievo di Goffredo Petrassi a Santa Cecilia, fu chiamato ad arrangiare Sapore di sale, e scrisse quella mirabile parte di sax la cui esecuzione fu affidata a un ancora sconosciuto Gato Barbieri. D’altronde quell’arrangiamento contribuì grandemente al successo del brano, sicché il dare-avere tra il grande cantautore e il grande compositore si chiude in parità. Come già era accaduto - Gianni Morandi suole parlarne con legittimo orgoglio - quando un ancor più giovane Morricone aveva arrangiato Fatti mandare dalla mamma, su melodia d’un altro futuro premio Oscar, Luis Enriquez.
Certo non è per queste prodezze giovanili che a Morricone sarà prossimamente consegnato - meglio tardi che mai - l’Oscar alla carriera: dovuto non alle sue incursioni sul terreno della canzone e nemmeno alle sue pagine sinfoniche - l’ultima, Voci dal silenzio, vigoroso affresco sonoro di ispirazione nonviolenta, è stata ispirata dalla tragedia delle Torri gemelle. Sarà la sua musica per film l’oggetto del riconoscimento hollywoodiano, ed è del resto a questa che il Maestro deve una popolarità internazionale che nessun altro autore di colonne sonore ha mai potuto vantare. Oscar, dunque, per una carriera cinematografica salpata nel ’61 con Il federale, lepido capolavoro di Luciano Salce con un maiuscolo Ugo Tognazzi, del quale Morricone esaltò musicalmente l’ironia. Ma la fama mondiale scattò grazie a Sergio Leone, che inaugurando un sodalizio straordinariamente fecondo commissionò a Morricone le musiche di Per un pugno di dollari, era il ’64 e il maestro romano, trentasei anni, divenne una star.
Prima? Morricone s’era diviso tra arrangiamenti canzonettistici e musiche per il teatro e la televisione, giusta una sua congenita inclinazione alla «scenicità» cui l’esperienza nel campo della musica leggera aveva aggiunto un senso forte dell’orecchiabilità, che è poi garanzia di immediatezza comunicativa. Ma a tutto ciò il primo Morricone aggiunge un’attività intensa sul fronte cameristico e sinfonico, ovvero di quella che lui oggi ama chiamare «musica assoluta», per distinguerla da quella «relativa», messa al servizio di altre arti come il cinema. Con qualche violazione del discrimine tra i due generi, visto che sempre più spesso, in concerto e su disco, il Maestro usa riproporre stralci delle sue colonne sonore come creazioni a sé stanti, fuori dalla loro destinazione cinematografica quasi si trattasse di pagine sinfoniche, insomma di «musica assoluta».
E ne ha ben donde, ché la musica da film morriconiana impone una solidità strutturale, una ricchezza di colori, una drammaturgia interna tali da renderla significante anche al puro ascolto, senza le immagini che l’hanno determinata. Anche per questo Morricone è stato ed è il compositore prediletto da registi come appunto Leone, eppoi Bertolucci, De Palma, Oliver Stone, Warren Beatty, Pontecorvo, Tornatore.

Non potrebbe essere altrimenti, per un musicista che ha offerto risalto musicale a film come C’era una volta in America, Sacco e Vanzetti, The Mission, Metti una sera a cena, Nuovo cinema Paradiso, Sostiene Pereira, Gli intoccabili, La leggenda del pianista sull’Oceano, Riccardo III, ogni volta, dalla rivisitazione del Far West all’epopea shakespeariana, trovando accenti appropriati.

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