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Politica

Il centrodestra: «È il suicidio dello Stato»

Lo aveva annunciato il ministro Mastella e ribadito il vicepremier Rutelli:

sulla vicenda Abu Omar la procura di Milano ha violato il segreto di Stato.

Certo di questo, il governo, due giorni prima della sentenza di Milano, ha

addirittura sollevato conflitto tra poteri dello Stato dinanzi alla Corte costituzionale. Ma la sentenza di Milano smentisce decisamente la posizione del governo e, rinviando a giudizio Nicolò Pollari, nega che sulla vicenda del rapimento dell'Imam Abu Omar ci sia alcun segreto di Stato. Insomma la procura rimanda al mittente le ultime dichiarazioni di Rutelli e forse per

questo l'imbarazzo del centrosinistra è grande, al punto che lo stesso vicepremier è costretto a sostenere che su quello che ha detto alla Camera «si è fatta un po' di confusione», che da parte del governo «c'è la massima fiducia nella magistratura» e il ricorso alla Corte Costituzionale ha lo

scopo «di garantire la sicurezza dei nostri investigatori». Un commento che arriva a fine serata dopo una serie di parche reazioni del centro sinistra.

Lo stesso segretario Ds Piero Fassino, a Bari per discutere della sua mozione congressuale, aveva tentato di prendere le distanze dall'intervento

di due giorni fa del vicepremier: «La politica non interferisca. Ho fatto il ministro della Giustizia e so per esperienza che ogni qualvolta la politica

si sovrappone alla giustizia non fa un buon servizio nè all'indipendenza

della giustizia nè all'autonomia della politica». Mentre di tono decisamente diverso il commento di Giusto Catania, eurodeputato di Rifondazione: «È un passo importante verso la verità definitiva su questa vicenda e

sull'imbarazzante cooperazione tra la Cia e i servizi segreti italiani,

avvenuta utilizzando metodi illegali». Dalla parte dei giudici anche il

ministro Antonio Di Pietro: «Un reato è un reato e nessuno può permettersi

di ignorarlo, anche se in presenza di esigenze superiori dello Stato. Chi la

butta in politica, tentando di criminalizzare i magistrati, è in cattiva

fede». Richiama alle responsabilità di chi sta in alto Roberto Villetti,

della Rnp: «Il generale Pollari non deve essere un capro espiatorio. Se ha sbagliato, è giusto che paghi. Se ha eseguito degli ordini, è giusto che paghi innanzitutto chi glieli ha dati».

Solidarietà a Pollari arriva da tutto il centrodestra, dall'ex-ministro

Castelli a Maurizio Gasparri di An. Per il coordinatore nazionale di Fi,

Sandro Bondi, il rinvio a giudizio del generale Nicolò Pollari «è un

autentico suicidio dello Stato e della sua sicurezza». E richiamando le affermazioni di Rutelli: «La magistratura decide di mandare a giudizio un

fedele servitore delle istituzioni, per di più ignorando il segreto di Stato posto sulla vicenda dal governo Berlusconi e confermato dal governo Prodi».

Mentre Gianfranco Fini sostiene che «al di là di quello che sarà l'esito del

processo, la decisione del rinvio a giudizio innanzitutto non aiuta la

credibilità italiana conquistata in ambito internazionale per l'indiscussa

professionalità dei Servizi». Se la prende con il governo il presidente della commissione Difesa al Senato, Sergio De Gregorio, sempre più distante

dalla sua maggioranza e, cosi come fa il leghista Roberto Cota, attacca «il

silenzio assordante della politica» che ha la colpa «di lasciar scorrere un equivoco istituzionale».

Intervengono anche i vertici del Copaco, la commissione bicamerale che ha dedicato molte sedute alla vicenda. Il vicepresidente, Massimo Brutti dei Ds, sostiene che la verità va accertata e che «nello Stato di diritto vi

sono regole alle quali nessun cittadino può sottrarsi», mentre il

presidente, Claudio Scajola di Fi, sottolinea come il rinvio a giudizio non equivale ad una condanna. Scajola tenta di mediare tra le varie posizioni e dopo aver evidenziato come «i servizi hanno spesso sopperito alle molte normative vigenti, bisogna lasciare la magistratura libera di compiere il suo dovere» e attendere la decisione della Corte Costituzionale a cui il governo si è rivolto.

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