Cesare Zappulli, l'economista lieve

Zappulli scava un vuoto incolmabile non solo nei nostri affetti, ma anche nella nostra redazione. Di giornalisti bravi in Italia ce ne sono. Ma bravi a modo suo, nessuno. Non mi è mai capitato di sentirgli declinare una richiesta di articolo. «Cesarino, è di scena il dollaro, mi fai un articolo sul suo continuo rialzo?», «Uh, che noia questo dollaro, ma è proprio necessario scriverne?». «Necessario e urgente, quando vuoi dettare?». «Fra due ore». Due ore dopo più puntuale di un'eclisse Zappulli dettava il suo articolo: come sempre inappuntabile per misura, chiarezza, vivacità. Non lascia libri, non lascia memorie o diari, non lascia nulla che possa avere una vita meno effimera di un articolo di giornale. Da buon napoletano non credeva nel duraturo. Era tutto nel quotidiano, sapeva di scrivere sull'acqua, ma mai acqua è stata più tersa e fresca e refrigerante di quella che sgorgava dalla sua penna. Se gli avessero dato da compilare l'elenco telefonico, avrebbe reso piacevole e divertente anche quello. Eppure, non ha mai assunto pose di barone. Non ha mai fatto pesare la sua maestria, di cui forse non aveva nemmeno coscienza, tanto gli riusciva facile. Credo che sia stato l'articolista e commentatore meno premiato d'Italia. Ma mai gli ho sentito pronunciare una parola di rammarico o di dispetto, mai ha serbato rancore per qualche critica o attacco. Non era soltanto un signor giornalista. Era anche un giornalista signore.

Indro Montanelli - 30 giugno 1984

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