Chi ride e chi piange nel gioco della poesia

Un po’ di zoologia per cominciare. Secondo Pindaro i poeti sono come aquile, veleggiano tra gli uomini e gli dèi; per Charles Baudelaire sono uguali all’albatros: dei ganzi nel cielo, degli scemi a terra. L’ennesima selezione di poeti contemporanei (attenzione, la pubblicazione di troppe antologie e il proliferare di canoni sono una sonora spia: vuol dire che i lirici nostrani non si reggono sulle proprie gambette) curata dal poeta contemporaneo Adriano Napoli, Le api dell’invisibile (Medusa, pagg. 272, euro 14,50), mi fa pensare al sommo Orazio che nel quarto libro delle Odi, tremando di fronte a Pindaro che «con voce profonda irrompe», si descrive per quello che è, un’«ape matina», dacché «io, modesto,/ compongo laboriosi carmi». In realtà ho cannato clamorosamente la citazione colta, Napoli cita Rainer Maria Rilke, ma il succo simbolico non cambia.
Penetriamo nel magma del saggio. L’oggetto è la poesia italiana negli ultimi quarant’anni, dal 1968 al 2008; lo svolgimento è una bella falange di poeti conosciuti da tutti quelli che praticano la poesia e sconosciuti a quasi tutti gli altri. Ci sono Giuseppe Conte e Roberto Mussapi, Milo De Angelis e Antonella Anedda, Umberto Fiori e Cesare Viviani, Raffaello Baldini e Maurizio Cucchi, santificato in un capoverso dove si esalta «il talento di chi ha saputo custodire con mano sicura la propria autonomia d’invenzione dal peso sistematico di modelli e linee predominanti di tendenza». L’idea che tiene insieme il tutto è questa: «Si assiste a un ritorno deciso verso il terreno comune di una lingua condivisa». O meglio, «nel tempo di una conclamata perdita di voce e di autorevolezza, la poesia di questi anni sembra riconoscersi e definirsi dunque nelle forme di un moderno lirismo». O meglio, «il ritorno ad un lirismo moderno - senza le ruggini o le muffe che contraddistinguono i rappel à l’ordre - che in piena era tecnologica e con le banalizzazioni dei mass-media avrà pure una sua ragion d’essere».
Insomma, la sbornia sperimentale sessantottina è finita, andate in pace per la retta via della lirica. E dov’è la novità? La poesia è merce, come il vintage, come i vestiti della nonna. Ora torna di moda la poesia piana e sentimentale, epica e patetica, domani tornerà di moda Sanguineti, lo slang al cubo, la poesia visiva, futuribile, futurista. Il tritolo del canone di Napoli serve così a malapena per accendersi un sigaro. D’altra parte, in una fragrante postilla dal titolo Professione: antologista, Napoli si prende la briga di attaccare critici e dottori correndo il rischio di non essere diverso da loro: la sua raccolta di margherite liriche racconta, con le armi della sociologia applicata e del conformismo didascalico, dominata da un linguaggio accademico, ciò che ci raccontano tutte le altre antologie. Credendo di essere «trasversale», Napoli è in realtà più realista del re, spiattellandoci una raccolta di poeti condivisi (soltanto l’assenza di Alessandro Ceni mi fa piangere lacrime di sale) su cui impalcare i propri esercizi critici. Già, perché il punto è proprio lì: di opinioni letterarie ne abbiamo a vagoni, vorremmo leggere i testi, che riescano a bonificare un po’ l’ambiente appestato dal can can dei critici. Al posto d’inventarsi vaghe trasversalità, un’antologia dovrebbe semplicemente dire i poeti che dobbiamo leggere e scoprirne di nuovi, che magari noi non scopriremmo mai (signori, l’antologia dev’essere anche un po’ profetica - oltre che polemica -, altrimenti è una foglia al vento, si deperisce al primo acquazzone). Ecco i testi, leggete e giudicate. Invece niente: nel libro di Napoli le poesie non ci sono nemmeno nel sottoscala, ciò che conta è la parola del critico, ci dice lui chi è questo e chi è quell’altro, i poeti zitti tutti.
In questo panorama, mancano delle figure nette e crude, capaci di gesti umani - ed etici - clamorosi, perfino assurdi, che declamino l’assoluta integrità e ingenuità dei poeti, fuori dal mercato, fuori dai giochi, fuori di testa. Ma qui se ci mettessimo a sbobinare le intercettazioni telefoniche dei poeti canonizzati ci sarebbe da mettersi le mani nei capelli. Agghindati di versi, con le mani in pasta nell’editoria che conta, pronti a sputtanarsi appena è possibile, i laureati poeti nostri come attività più diffusa svolgono quella di sfogliare l’indice dei nomi, fare la conta dei saggi critici ottenuti, vedere in quante antologie scolastiche sono stati inscatolati.
Il fatto su cui occorre meditare è che i beati poeti di questi ultimi quarant’anni, stritolati tra il Sessantotto e l’Undici Settembre, sono i figli dei figli, gli epigoni degli ultimi classici della nostra letteratura. Facciamo un gioco: chi ha pubblicato i più bei libri di poesia negli ultimi quarant’anni? Sempre loro: Mario Luzi, Giorgio Caproni, Attilio Bertolucci, Vittorio Sereni, Andrea Zanzotto. Gli altri, in seconda o terza fila. Ma è dalle quarte file che si profila il meglio. Cioè dai poeti di trenta e quarant’anni che non soffrono di perbenismo culturale né di afrori postsessantottini, che non si pentono della cultura proletaria e se ne fregano della cultura di destra, che scrivono alieni dal giochetto delle tre carte del potere editoriale di turno, assecondando soltanto la «domanda liscia della fame».
Vi faccio qualche nome, visto che quest’anno è un anno miracoloso per questi poeti: si chiamano Simone Cattaneo (di cui vi ho calcato un verso; il suo libro postumo sta per uscire per l’editore Pequod), Federico Italiano (Marietti ha pubblicato da pochissimo il volume L’invasione dei granchi giganti), Alessandro Rivali (in pubblicazione per Jaca Book il libro poetico La caduta di Bisanzio) e Francesca Serragnoli (l’editore Raffaelli di Rimini ha edito in questi mesi il delizioso Il rubino del martedì). Scoprirete, incredibilmente, che questi quieti, silenziosi, armati avventurieri del verso sono molto meglio dei loro presunti padri e padrini.