Chi vincerà, il Misterioso o l’Arrabbiato?

Sembra che il duello finale al prossimo premio Strega sia fra Daniele Del Giudice con Orizzonte mobile (Einaudi, pagg. 141, euro 16,50) e Antonio Scurati con Il bambino che sognava la fine del mondo (Bompiani, pagg. 297, euro 18). Corre anche voce - e in proposito i grandi manager dell’editoria si affannano a richiedere profonde riforme del regolamento del premio stesso - che Del Giudice sarà il vincitore predestinato, sospinto dalla poderosa alleanza, tuttavia non sempre idilliaca, fra Einaudi e Mondadori, entrambi marchi berlusconiani, sconfiggendo così, magari sul filo del traguardo, Scurati, arroccato sotto il vasto ombrello della RCS-libri con la tiepida alleanza fra Rizzoli e Bompani. Mettendo da parte queste «grandi manovre» - che schierano anche gli attivissimi Servizi segreti (non tanto segreti) che sono gli Uffici stampa, vorrei qui parlare dei due presunti «predestinati»...
Del Giudice ha esattamente venti anni più di Scurati. Noto come uno dei più prestigiosi ma appartati narratori italiani, ha una scrittura nitida, asciutta, rigorosamente priva di «effetti speciali». Si potrebbe dire che per scrivere bene gli basti semplicemente scrivere, al fine di cercare di scoprire i «misteri» di cui lo appassiona non tanto la soluzione, quanto il percorso per cercare di raggiungerla. Questi «misteri» sono tuttavia quelli concreti: ad esempio la strana vita di Bobi Bazlen, il coltissimo amico e «suggeritore» di Montale e di Saba, che personalmente non ha scritto un rigo, oppure la catastrofe dell’aereo a Ustica... Ma anche durante queste indagini assillanti, l’uomo Del Giudice riesce a stabilire rapporti cordiali e gratificanti non solo con l’umanità in generale (che egli non giudica mai), ma anche con i pochi uomini degni di questo nome che gli accade di incontrare. In questo suo libro sull’allucinante avventura antartica, egli inserisce con naturalezza anche lunghi brani di taccuini di precedenti spedizioni altrui; ma ciò, che non sarebbe correttissimo in una narrazione che si svolge sotto il suo unico nome, finisce per non suscitare scandalo grazie alla perfetta consonanza delle diverse vicende narrate senza compiacimento anche negli episodi più sconvolgenti.
Ma la parte davvero deliziosa del libro sono le prime trenta pagine dedicate alle abitudini dei pinguini quasi antropologizzati dall’autore, con la loro «espressione preoccupata» e il loro incedere a veloci passettini quasi dicessero: I’m late, I’m late, «Ho fretta, ho fretta». Tale divertente contesto è drammaticamente spezzato dalla pazzia di Jeremy, capo della spedizione, che scopre un falso uovo di pinguino, costruito da un pinguino che aveva perso l’originale e per vergogna aveva confezionato quello fittizio. Fortunatamente la presenza della ricercatrice Teresa «dalle belle braccia» riesce a riportare il buonsenso dell’ammirazione e del desiderio in quella mente sconvolta.
Scurati è l’esatto contrario di Del Giudice. Non si occupa di misteri, concepisce la scrittura come una lotta, a volte eloquente, altre volte essenziale e compatta, sempre chiarificatrice o indagatrice. Egli espone, giudica, denuncia, cavalca la cronaca non come un Don Chisciotte, ma come un Savonarola che tuttavia non vuole essere arso in piazza come il capo dei «piagnoni» gerolimiani, e spera anzi che la spada della sua inesauribile indignazione, assecondando il disprezzo e l’orrore per le silenziose ma efferate nefandezze d’una falsa democrazia, colpisca i prezzolati artefici dello stravolgimento mediatico e spettacolare che trasforma le vittime in compiaciute esibitrici televisive del proprio dolore (madri che inquisiscono i loro figlioletti sui «giochi» pedofili cui presumibilmente sono stati sottoposti da presunti o reali stupratori) e gli spettatori, invasi dall’orrore, in degustatori di una segreta voluttà dell’abominio o in vagheggiatori d’una feroce giustizia sommaria. Nulla si salva da questa apocalittica rappresentazione, all’interno della quale alligna una sessualità contorta persino nell’Accademia - sede deputata della scienza e dell’etica -, anche se contenuta nel pericoloso terreno della fantasia erotica.
Scurati si dibatte in questa rete nella quale egli stesso si avvolge per poi distruggerla con la violenza della sua narrazione. L’acme di questo pessimismo trova espressione nelle pagine in cui il protagonista (l’autore?) accorso in casa di un’amica «denunciatrice», assiste alla scena agghiacciante della figlioletta sonnambula che davanti a uno specchio, nel cuore della notte, si caccia disperatamente i piccoli pugni nella bocca spalancata per provare a se stessa, in presenza della madre, di essersi svegliata dall’incubo della sua «interrogazione»in tv.

Forse per la fatica e l’angoscia di questa narrazione, Scurati, a differenza e quasi in opposizione all’equilibrio e alla serenità di Del Giudice, s’inventa un finale con due velocissimi colpi di scena: uno autodistruttivo, l’altro epifanicamente rasserenante. Al lettore l’emozione di scoprirli entrambi.

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