«Con la chitarra seduco l’America»

Caro Nicola Conte come si conquista l’America?
«Con un suono che nasce dal jazz e porti un messaggio profondo».
Un progetto ambizioso con quel che c’è in giro oggi.
«Sì, è tutto troppo commerciale. La musica deve vivere del connubio tra qualità e ideali. Per questo io mi ispiro a Charles Lloyd, a Sun Ra, a John Coltrane, ma non posso imitarli, devo trasformare la loro lezione in qualcosa di diverso, ad esempio unendola con la psichedelia alla Byrds».
Ma il suo concerto è jazz tradizionale.
«Cerco di fare concerti che siano sempre diversi dai dischi, prendendo comunque spunto dai miei brani».
Quali differenze tra il nostro pubblico e quello americano?
«Da noi è più istintivo, in America la gente ascolta con cognizione perché comprende i testi, che sono fondamentali nella mia estetica».
Lei ha iniziato le sue sperimentazioni a Bari: ha avuto molto coraggio.
«Ero sicuro di ciò che facevo; eravamo un gruppo di persone con le stesse idee e le stesse vibrazioni. Creare un locale di moda a base di musica jazz e hip hop fu subito un successo».
Quando ha assaporato per la prima volta il vero successo?
«Con il primo singolo, Bossa per due, è stata la svolta della mia carriera».
Quali chitarristi l’hanno influenzata?
«Naturalmente Wes Montgomery e Pat Martino, ma poi Gabor Szabo ha cambiato il mio modo di sentire la chitarra».
E quali produttori?
«In Italia credo di essere unico ma mi ispira Carl Craig».
I suoi remix sono celebri in tutto il mondo.
«I remix di solito prendono una canzone e la trasformano in una musichetta di successo. Io prendo un brano jazz e lo rinnovo senza tradirne lo spirito. Ora l’ho fatto con Sergio Mendes su un brano di Jobim».
Intanto prepara il primo cd per l’Universal.
«Dopo l’esperienza giapponese e americana sarà un album in parte psichedelico e in parte spirituale».

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