Fare ridere dal vivo, in piedi, davanti al pubblico, senza costumi ne personaggi. È la stand-up comedy, fenomeno americano nato tra la fine dell'Ottocento e i primi decenni del Novecento. Oggi è conosciuta in tutto il mondo, Zelig e Colorado hanno portato questa forma d'arte sul piccolo schermo in Italia, ma è Hollywood che ora la racconta in un film, ora al cinema. È l'ultima battuta? vede protagonisti Will Arnett e Laura Dern diretti da Bradley Cooper. Lui e Arnett si conobbero più di vent'anni fa in un bar di New York e poi divennero amici e vicini di casa a Venice, in California, i rispettivi appartamenti affacciati sullo stesso pianerottolo. Un'amicizia che oggi sfocia nel loro primo film insieme. Il film racconta la storia di Alex e Tess Novak interpretati da Arnett e Laura Dern alle prese con un divorzio consensuale, mentre Alex scopre nella stand-up comedy una forma inaspettata di terapia e rinascita. L'ispirazione viene dal comico britannico John Bishop, che Arnett incontrò su una barca ad Amsterdam: Bishop era un rappresentante farmaceutico quando, dopo la separazione dalla moglie, salì per la prima volta su un palco di cabaret e non scese più.
Mr. Cooper questo è un film nato da un'amicizia?
"Arnett mi ha chiamato dicendomi che stava lavorando a questa idea ed io gli ho detto che l'avrei diretto. La ragione era lui la nostra amicizia, gli anni trascorsi ad ammirarlo, la sensazione di non aver mai visto sullo schermo l'uomo che conosco io. Ho pensato: se riuscissi a creare le condizioni perché lui potesse davvero essere se stesso sarebbe straordinario".
È un film sulla forza rigenerativa dell'arte in questo caso la stand-up comedy. Quanto quella dimensione ha influenzato anche il vostro processo creativo?
"Moltissimo. E non poteva essere altrimenti, perché stavamo facendo una cosa grandiosa e spaventosa insieme. Ma la cosa più bella è che non importa cos'altro sia successo sul set, questa esperienza ci ha avvicinati e a una certa età, quando cominci ad essere più a tuo agio con te stesso e sei disposto a sembrare uno sciocco pur di esplorare davvero qualcosa, sperimentare cose nuove insieme a uno dei tuoi migliori amici è meraviglioso".
Questo è un film più piccolo rispetto ad A Star Is Born o Maestro.
"Non mi preoccupo mai delle dimensioni di un progetto. La domanda che mi faccio è: qual è la storia e qual è il modo migliore per raccontarla? In questo caso ho voluto che lo spettatore non si sentisse mai al sicuro. Volevo che si sentisse come mi sento io a New York: nessuna protezione, nessun vetro tra te e il mondo. Quella città è viva, è pericolosa in senso buono, e volevo catturare esattamente quell'energia".
I dialoghi sembrano improvvisati, quasi rubati.
"Sono un fan di Robert Altman. Da ragazzo rimasi folgorato da Nashville quell'idea che le persone parlino davvero così, una sopra l'altra, con le voci che si sovrappongono. Ho sviluppato la tecnica già da A Star Is Born con il nostro mixer del suono, Steven Morrow, e adesso che abbiamo fatto tre film insieme lui sa esattamente cosa fare. Non è improvvisazione, è scrittura che imita il modo in cui le persone parlano davvero".
Will ha raccontato di essere rimasto sorpreso nel vedere che anche le comparse parlavano, che nessuno mimava in silenzio...
"Al Comedy Cellar, il locale storico di New York che abbiamo usato per le riprese, tutto accadeva in tempo reale. Il pubblico era vero, non riceveva istruzioni su quando ridere o applaudire. Se mai, in montaggio ho tolto alcune risate, non ne ho aggiunte. E i camerieri, la manager, i buttafuori alla porta, sono tutte persone che lavorano lì. Tutto vero. L'energia che senti sullo schermo non è costruita, è accaduta".
Come si è preparato Will Arnett per quelle scene ?
"Abbiamo passato settimane, prima delle riprese, ad andare al Comedy Cellar ogni sera. Will saliva sul palco e viveva quell'esperienza. Ma dovevamo continuamente ricordarci che lui non stava cercando di far ridere la gente come farebbe Will Arnett. Stava interpretando Alex Novak, un uomo che sale su quel palco non per diventare famoso, ma per trovare sollievo. La prima cosa che gli dicevo ogni sera, prima che salisse: Stiamo facendo qualcosa di diverso. Perché l'istinto di un comico è sempre quello di piacere al pubblico. Il personaggio, invece, è quasi in uno stato onirico".
E Laura Dern? Come si è inserita in questa storia?
"Quando ha detto sì, la mia gioia è salita alle stelle. Sono un fan enorme di Laura dai tempi di Citizen Ruth.
L'obiettivo era costruire per lei un personaggio all'altezza di quello che sa fare. Abbiamo lavorato duramente, e non è stato semplice. Incarnare l'energia di un'ex giocatrice olimpica di pallavolo non è cosa che si improvvisa, ma anche con lei c'è una bella amicizia".