Un tratto di strada dedicato, un Cippo con inciso il suo nome, il quarto sigillo da mettere in bacheca, il terzo consecutivo, con piazza del Campo che lo accoglie come un fantino di contrada che rende grande il Palio. Tadej Pogacar scende dal suo cavallo d’acciaio, che dagli Anni Ottanta è rigorosamente in carbonio per intuizione di Ernesto Colnago, e si gusta lo spettacolo, dopo averlo generato, donato e regalato: propiziato come solo lui sa fare. Anche ieri, per l’ennesima volta, un film già visto, che gli appassionati di ciclismo cercano come una battuta di Totò odi Checco Zalone, di Mastroianni o Gassmann. Conosci a memoria i loro film, conosci a memoria anche il modo di correre di questo prodigio del pedale. Anche i suoi avversari sanno quando si muoverà Pogi. Basta vedere Jan Christen e Isaac Del Toro li davanti, con lui in seconda ruota, per capire che non manca molto all’inizio del film, che sarà cortometraggio. Al traguardo mancano ottanta chilometri, e il campione del mondo parte, come è solito fare. L’unica sorpresa è data dalla resistenza di un giovane e baldanzoso ragazzotto transalpino di soli 19 anni, Paul Seixas. Gli tiene testa, non lo molla, sembra tenerlo nel mirino, ma il campione del mondo non si scompone. Due chilometri sono sufficienti per mandarlo al tappeto. Pogacar rimane da solo come da copione: al traguardo mancano 78 chilometri.
Allungo e assolo: unico piano sequenza.
Dal 2020 Pogi ha sempre vinto la sua prima corsa di stagione. È ormai il suo modo di presentarsi al mondo, con la semplicità di chi è di un altro pianeta, e in un paesaggio lunare, lui sembra un marziano. Pedala leggero come se fosse in assenza di gravità.
Non permanente, quella l’ha in testa, visto che è biondo platino, come il suo idolo Eminem. «Sono felice per come abbiamo corso, per come ho vinto – dirà alla fine il campione del mondo -.