La Cina rivaluta perché le conviene

La Cina ha deciso di rivalutare la sua moneta, lo yuan. Ma perché lo ha annunciato alla vigilia del G20, la riunione allargata delle grandi potenze economiche del mondo che si terrà a Toronto? Inoltre, è vero che questa scelta dipende dalle pressioni che ha fatto su Pechino il presidente Barack Obama e che, quindi, questa è una sua vittoria politico-economica? La Cina dà questo annuncio prima della riunione di Toronto, per evitare di essere sul banco degli imputati, con l’accusa di avere tenuto artificialmente basso il cambio della sua moneta per essere competitiva nell’export. Ed è anche vero che vuole dare una contentino a Obama, che protesta per l’invasione di merce cinese scadente a basso prezzo proprio in un periodo in cui negli Usa c’è molta disoccupazione e la concorrenza dà un particolare fastidio.
Ma non è vero che la Cina ha preso tale decisione per una pressione esterna: l’ha presa per proprie ragioni di politica economica e finanziaria. Infatti la Cina continua a fare surplus di commercio estero, tenendo basso il cambio della sua moneta, ma si riempie di dollari. E più dollari compera, più rischia di vederseli svalutare in futuro. Sino a poco tempo fa i cinesi avevano pensato di comperare euro. Ma ora, dopo il deprezzamento dell’euro sul dollaro e la crisi greca e spagnola si sono resi conto che accumulare troppi crediti con i titoli a reddito fisso e la moneta cartacea altrui è pericoloso. Inoltre, in Cina sta crescendo l’inflazione e questo intacca i salari dei lavoratori, già al limite della sopravvivenza. Da qui le proteste, alcuni suicidi e molti scioperi, che hanno generato richieste di aumenti di salari. La rivalutazione della moneta domestica, lo yuan, riducendo il prezzo delle importazioni, costituite in larga misura da alimentari di base e fonti di energia, dovrebbe contribuire ad attenuare le richieste in corso. D’altra parte l’inflazione ha indotto molti cinesi dotati di mezzi economici a buttarsi sul mercato degli immobili. E ciò genera una pericolosa bolla di questo mercato. Insomma, la rivalutazione dello yuan è necessaria per combattere l’inflazione. Tale rivalutazione sino al livello di cambio giusto con il dollaro è di un buon 40%. E altrettanto con l'euro, ora a un livello con il dollaro di 1,2, il che rispecchia le condizioni di equilibrio fra le due aree economiche dell'euro zona e degli Usa. Ma la Cina non aumenterà del 40% il valore della sua moneta. Ciò sarebbe sconvolgente per le sue esportazioni. La rivalutazione sarà attorno al 10%.
In seguito ci sarà una rivalutazione graduale mediante la manovra della Banca centrale cinese, sotto la guida del governo. Ufficialmente si afferma che d’ora in poi il cambio della moneta cinese sarà regolato dal gioco della domanda e dell’offerta. Ma è un’affermazione di tipo «cinese» che va interpretata. Infatti, il controllo valutario permane. Quindi la Banca centrale cinese farà in modo che ci sia una maggiore domanda di yuan e che esso si rivaluti di quel tanto che adesso conviene per raffreddare le pressioni inflazioniste. Poiché le importazioni saranno più convenienti, ciò le accrescerà e quindi la spinta alla rivalutazione dello yuan si ridurrà perché il surplus del commercio estero cinese si ridurrà. La Cina avrebbe tutto l’interesse a stimolare la domanda interna, mediante l’aumento dei salari e a diminuire la domanda estera, in quanto la politica sin qui perseguita, di carattere opposto, mentre ha generato una grande industrializzazione, ha anche dato luogo a enormi tensioni sociali, che i governi regionali e quello di Pechino fanno fatica a contenere. I cinesi si sono imborghesiti e il Partito comunista fa meno presa sulla classe dirigente economica, mentre gli operai si stanno sindacalizzando. Ma c’è una trappola, in cui i cinesi con le loro vendite a basso costo si sono ficcati. Per tenere basso il cambio, le banche cinesi hanno comperato una enorme quantità di titoli del debito pubblico americani e di obbligazioni di compagnie degli Usa. E adesso la Cina ha circa 2.200 miliardi di dollari. Rivalutando lo yuan del 10%, questi dollari, detenuti dalle banche, perdono, sul mercato interno, il 10% del loro valore. La vendita di merci cinesi a basso costo, quindi, continuerà, anche se sarà minore di prima. Ma le nostre imprese potranno vendere di più. Il mercato ha le sue leggi, anche con i Paesi ex comunisti.

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