Cinema

Babylon, il fallimento del sogno americano in un film non per tutti

Dopo La La Land, Damien Chazelle torna al cinema con Babylon, pellicola straordinaria e imperfetta che racconta i mille volti della settima arte

Babylon, il fallimento del sogno americano in un film non per tutti

Arriverà il 16 gennaio in sala Babylon, ultima fatica del regista Damien Chazelle che cerca di raccontare il delicato momento del cinema statunitense quando si abbandonò il cinema muto per passare al sonoro. La pellicola ha una struttura corale e segue le vicende di un manipolo di antieroi tutti alle prese con l'amore per il cinema. C'è Nellie (Margot Robbie), una donna che spera di sfondare come attrice e dimostrare di essere una star. Jack Conrad (Brad Pitt), una grandissima star del cinema muto che vorrebbe fare più di quello che fa, ma molto spesso è annegato nell'alcol e nel suo debole per le donne. C'è poi Manuel (Diego Calva) che lavora per un mecenate del cinema (un Jeff Garlin che sembra voler rimandare alla figura di Harvey Wenstein) e che sogna di lavorare nel mondo della settima arte e passare le giornate su un set, facendo qualcosa che può fare la differenza.

Babylon, gioie e dolori di un sogno oscuro

La prima cosa da dire è che Babylon è lungi dall'essere un film perfetto. È caotico, a tratti pretenzioso e ci sono delle scene che sembrano essere nate dalla mente del Baz Luhrmann che aveva diretto Il grande Gatsby. Eppure, nonostante questi difetti, il film di Damien Chazelle funziona proprio perché riesce a restituire l'immagine sgranata e porosa di una Hollywood non così tanto dorata, non così tanto idilliaca. Se in La La Land il regista aveva raccontato la realizzazione del sogno americano per antonomasia, seguendo l'ascesa della sua protagonista, disposta a sacrificare una parte del cuore per ottenere quello che l'avrebbe fatta sentire completa, in Babylon questo scena si rovescia. Il sogno diventa un incubo e, insieme, un viaggio quasi allucinogeno. La Nellie di Margot Robbie è una sognatrice che però deve scontrarsi con la vita e con gli aspetti più terreni dello showbiz: una tossica che proprio nel cinema e nel bisogno di essere una star ha la sua forma maggiore di dipendenza.

Al regista, quindi, non importa raccontare di lustrini e scene indimenticabili: la sua macchina da presa sembra invece sguazzare nella dissolvenza, in quel nero assoluto che divide le scene, dove si spengono le luci e tutto quello che rimane è un'industria corrotta e il disperato tentativo di rimanere a galla, di essere ancora qualcuno quando le porte dei teatri di posa si chiudono. I protagonisti del film sono tutte falene che vengono accecate dalla meraviglia di Hollywood, ma che finiscono inesorabilmente per venire bruciare quando si avvicinano alla fiamma. In questo senso il personaggio più interessante è la star interpretata da un Brad Pitt mai così struggente: un divo del muto che cerca di rimanere ancorato al suo sogno di istrione, di stare al passo con il progresso e invece diventa il simbolo di un mondo che non esiste più, una moderna Norma Desmond di Viale del Tramonto. E forse allora non è un caso che in alcune delle scene più intime e sentite di Babylon la musica di Justin Hurwitz - fresco vincitore del Golden Globe per la MIglior Colonna Sonora - sembra una versione spettrale di quel Someone in the crowd che Emma Stone canta quando è ancora all'inizio della sua carriera e la vita è ancora piena di possibilità: ma nella Babilonia tumultuosa di Brad Pitt e Margot Robbie, le possibilità sono diventate stanchi tentativi di resistere a una trasformazione, di evitare di diventare fantasmi del passato.

Nonostante racconti di destini avversi, di inciampi più o meno rovinosi e della sporcizia fangosa che ruota intorno alla cosiddetta "fabbrica dei sogni", Babylon rimane una lunghissima lettera d'amore per il cinema. Un'ode a quella magia di luci e ombre che spinge sconosciuti a sedere insieme in una sala buia, con il desiderio di trovare ciò che non esiste nel quotidiano, quella stra-ordinarietà che solo un'opera per immagini sa restituire. In questa pellicola il cinema di Chazelle è sì una bestia sporca che nasconde il peggio di sé nei livelli più bassi della sua anima - e in questo senso è emblematica la scena che vede la partecipazione di Tobey Maguire, in una discesa infernale -, ma è anche quella creatura alata che dà la sensazione di poter volare vicino al sole. Chazelle sceglie di non indorare la pillola, di non mostrare al pubblico solo il lato positivo di quella Hollywood primordiale dove tutto era possibile e tutto era una scoperta: ne mostra invece i vizi, la lussuria, le contraddizioni. Lo fa coi corpi nudi accalcati, tra urine e cocaine; lo fa con il tremito delle mani di attori troppo spesso vittime di alcol e aspettative altrui. Descrive davvero una Babilonia di perdizione, dove tuttavia esiste ancora quella scintilla che spinge tutti - e per primo il protagonista Diego Calva - a cercare un modo per entrare in quella luce, in quel meraviglioso mondo di storie e progetti che, ancora oggi, noi inseguiamo come la più bella delle chimere. Sicuramente non è un film per tutti: alcune stravaganze gratuire potranno indispettire parte del pubblico, così come la lunghezza (sebbene le tre ore filino che è una meraviglia). Ma di sicuro il film di Chazelle è un film che commuoverà chi ancora crede nella forza dirompente del cinema e coloro che riconosceranno tutti quei rimandi ai film che non hanno solo fatto la storia del cinema, ma hanno nutrito anche il nostro senso critico.

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