Coldiretti, Unci e il futuro dell'agroalimentare italiano

Tutti i retroscena dell'accordo tra l'organizzazione agricola e la centrale cooperativa: dalla freddezza di Confcooperative e Legacoop alle manovre per aumentare l'influenza politica nel mondo dell'agrobusiness.

Roma. Il matrimonio tra Coldiretti e la centrale cooperativa Unci ha dato vita a una nuova realtà nel mondo delle coop. Ma occorre leggere a fondo tutti i dati per comprendere bene quali potranno essere gli sviluppi di questa operazione.
Sulla carta il nuovo soggetto cooperativo avrà 11mila associati in vari settori. Per quanto riguarda il comparto agroalimentare, sarà di circa 2.500 il totale delle imprese associate: 1.500 aderenti a CoopColdiretti, più le mille in dote all'Unci. Non siamo ai numeri della prima della classe delle cooperative agroalimentari, Fedagri-Confcoperative (3.700 cooperative, 500.000 soci e 25,5 miliardi di fatturato), ma l'obiettivo della nuova integrazione è dichiaratamente rivolto a costituire un blocco in grado di confrontarsi con i leader delle coop bianche, delle coop «rosse» di Legacoop e con la posizione consolidata di Agci-Agrital.
È necessario tuttavia riflettere sui passi compiuti nel recente passato dalla Coldiretti di Sergio Marini. In primo luogo, ha costituito una propria centrale cooperativa (CoopColdiretti) con la scopo di controllare tutta la filiera dell'agroalimentare. In seconda istanza, l'anno scorso ha cercato di promuovere propri esponenti alla guida dei potenti consorzi agrari del Nord Italia, in particolare quelli dell'Emilia Romagna, cercando di sottrarli proprio a Confcooperative e alla Legacoop. Alcune indiscrezioni, infine, avevano indicato nell'altra centrale Unicoop uno dei possibili obiettivi della campagna di rafforzamento di Coldiretti.
È quindi possibile porsi alcuni interrogativi sulla scelta di avviare una strategia di crescita esterna quando, in teoria, si disporrebbe già di una propria centrale cooperativa sulla quale puntare le proprie risorse. E soprattutto desta qualche perplessità la fredda accoglienza (se non l'ostilità) riservata dalle altre centrali all'accordo Unci-Coldiretti. «La montagna ha partorito il topolino. Quello che è nato è un accordicchio che alimenterà la divisione nel mondo agricolo, non produrrà alcun effetto positivo per i soci e non aiuterà i produttori. Chi ha stretto questo accordo dimostra di non lavorare per il rafforzamento delle imprese. L'esperienza Federconsorzi, purtroppo non è servita a nulla», ha commentato Confcooperative ricordando la vicenda dei consorzi agrari seppelliti da montagne di debiti. E pure il presidente di Agci-Agrital, Giampaolo Buonfiglio, al profilarsi dell'intesa aveva sottolineato che «senza malignare, è più facile pensare a un vantaggio finanziario per l'Unci e alla logica del Cavallo di Troia che Coldiretti sta perseguendo nel mondo della cooperazione».
Le parole di Buonfiglio alludevano a rumor riportati dall'agenzia Il Velino secondo cui con l'integrazione sarebbero state coperte le perdite dell'Unci presieduta da Luciano D'Ulizia, già parlamentare nella scorsa legislatura con l'Italia dei Valori di Antonio Di Pietro. D'Ulizia stesso ha smentito asserendo che la centrale gode di un ottimo stato di salute. Non si può che prenderne atto rimarcando tuttavia la velocità del processo.
Il silenzio di Legacoop e delle altre due principali associazioni datoriali del settore primario, Confagricoltura e Cia, è denso di significati. Confagricoltura e il suo presidente Federico Vecchioni non hanno mai fatto mistero di non gradire la politica di Coldiretti, spesso sbilanciata sul lato del consumerismo (ogni giorno l'organizzazione di Sergio Marini propone un comunicato col quale denuncia la vertiginosa crescita dei prezzi dal produttore alla tavola) e poco tesa alla difesa degli interessi di tutta la filiera. Analogamente le coop «rosse» non hanno mai gradito le pesanti critiche sulla tutela del «made in Italy». Anche questa settimana il presiente di Coop Italia, Vincenzo Tassinari, ha ribadito che gli ipermercati e i supermercati Coop valorizzano l'ortofrutticolo nazionale vendendo 6,5 milioni di quintali di ortofrutta all'anno, prodotta da 10mila aziende agricole italiane.
e con questa notazione si ritorna al punto di partenza: il controllo della filiera agroalimentare. Attualmente in Italia nessuna organizzazione ha il pieno controllo dei passaggi dalla terra alla tavola. E l'ambizione di Coldiretti, in fondo, è proprio questa: dai coltivatori all'organizzazione che li rappresenta alle cooperative e ai consorzi che organizzano la vendita all'ingrosso per giungere alla vendita al dettaglio. Ultimo ma non meno importante: l'ingresso in pianta stabile nella cooperazione consente di sedersi ai tavoli con i tre principali sindacati confederali e acquistare maggiore peso politico. Quello che la Coldiretti aveva fino a trent'anni fa quando rappresentava una delle gambe sulle quali poggiava lo strapotere Dc e che è svanito insieme con la «prima repubblica».

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