Un colore con 256 gradazioni Ad Armani l’uomo piace grigio

Lo stilista: "È la tinta maschile per eccellenza. Perfetta in ogni occasione". Ma Re Giorgio porta nel guardaroba di lui anche la tuta chic

Milano - Il computer è in grado di realizzare una scala monocromatica con 256 livelli di grigio. L'occhio umano ne percepisce in media 16, ma Armani deve avere una seconda vista perché nella collezione uomo del prossimo inverno in passerella ieri a Milano ci sono e soprattutto si distinguono innumerevoli sfumature di questa tinta. "È il colore maschile per eccellenza, facile da usare anche se lo devi sempre sdrammatizzare per non avere l'effetto Old England" dice lo stilista-imprenditore nel backstage. Vorremmo fargli presente che il cervello viene definito "materia grigia" e forse non è un caso, ma lui incalza spiegando di aver mixato il giorno con la sera, il lucido con l'opaco, le forme confortevoli sotto ed estremamente rigorose sopra, per costruire un'immagine ben precisa. "È un uomo motivato ed emotivo" dichiara facendoci subito pensare che i cosiddetti "uomini grigi" dell'alta finanza dovranno rivedere i paradigmi cromatici e formali del loro guardaroba. Re Giorgio ha infatti dato l'effetto tuta alla grisaglia, una sferzata di giovinezza e vitalità alla flanella bigia del panciotto. I pantaloni sembrano avere la coulisse in vita come quelli in felpa da ginnastica, ma invece sono costruiti con una teoria di strategiche pinces nel più impeccabile dei tessuti maschili. Le giacche hanno spesso un petto e mezzo invece di due, perché una sola fila di bottoni non bastava per dare quell'aspetto un po' marziale che gli uomini devono pur avere per essere eleganti. "La cosa più bella che un uomo può indossare è una divisa" dichiara Armani sapendo benissimo di aver rinunciato a tutti gli orpelli tipici dell'abbigliamento militare pur riuscendo a trasmettere lo stesso senso di ordine e rigore. Tanto per dare un'idea i bottoni spariscono da giacche e pastrani o, per meglio dire, vengono ingabbiati nel tessuto che spesso è mosso dalle classiche fantasie maschili tipo quadri, quadretti, occhio di pernice, gessato o spina di pesce. La sfilata è stata aperta da un magnifico paltò grigio-verde realizzato da Armani per se stesso nel 1976, mentre su due modelli orientali sono comparsi gli scialli annodati a pareo con stampato un doppio ritratto dello stilista. "Sul mio lavoro ci metto la faccia" risponde lui a chi gli chiede perché. E dice di provare un leggero senso d'orrore per quel che viene raccontato dell'Italia sui giornali. "Davvero? Troppo onore, non riesco a crederci" esclama invece Alessandro Sartori quando gli viene detto che stavolta il suo lavoro per ZZegna ha molti punti in contatto con quello di Armani. Anche qui, per esempio, i bottoni finiscono dentro i tessuti e la partita del nuovo si gioca su una palette di colori superclassici come grigio, cammello e verde scuro con forme e materiali mai visti prima. Ecco quindi l'abito a tre pezzi: giacca e pantaloni soft con sopra una seconda giacca però outwear perché ha subito un trattamento waterproof. Il capospalla in questione può diventare anche un anorak cammello portabile in città quanto in campagna. Lo stesso si può dire dei meravigliosi giacconi in nappa plongè (la più raffinata che ci sia) doppiata in cashmere con una tecnica che lo rende irriconoscibile e simile al neoprene delle mute da sub. I sopra hanno spesso quella forma a scatola che i modaioli chiamano "boxy", mentre i sotto sono morbidamente formali.
Se Sartori è una specie di Eta Beta da sartoria, Dean e Dan Caten sono due geniali menestrelli della moda giovane. Stavolta i gemellini di DSquared2 si sono inventati una storia sulla nuova frontiera, con magnifici ragazzi in jeans sotto al classico ensemble di giacca nera, camicia bianca, gilet e grosso cappello che i puritani portavano sempre e gli Amish portano ancora. Inutile anche se divertente il grembiule portato perfino sullo smoking. Divina la colonna sonora e il set. Del resto se la moda deve essere un film bisogna partire da una sceneggiatura sensata altrimenti vien fuori un pasticcio. È successo esattamente questo alla sfilata di Etro dove si parla di mucche come metafora della cultura montana e mitteleuropea, di fecondità e abbondanza, di animale sacro e compagnia bella. Poi in passerella vedi le solite belle cose del marchio (spettacolare la giacca in velluto di seta stampato e peso piuma) con brutte scarpe in pelo di mucca.
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