"La colpa è nostra: siamo noi ad aver smontato tutte le regole"

È l'esperta di scuola della Cei: "Oggi i ragazzi sono come una molla tirata, sottoposti a una sorta di continuo Grande Fratello"

"La colpa è nostra: siamo noi ad aver smontato tutte le regole"

L'immagine di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, su uno scaffale pieno di libri, ricorda chi per il dovere ha sacrificato la vita. In viale Trastevere a Roma c'è la sede del ministero dell'Istruzione; la grande biblioteca Luigi De Gregori raccoglie il patrimonio del ministero dal 1863. Suor Anna Monia Alfieri, esperta di politiche scolastiche, componente del Consiglio scuola della Conferenza episcopale, da anni collabora con il Miur facendo la pendolare tra Milano e Roma. Racconta quello che vede tra i ragazzi. «In questo momento vivono una situazione di profonda frustrazione, fanno i conti con le costrizioni, sono come una molla tirata, sottoposti a una sorta di Grande Fratello costante. Per 24 ore su 24 sono nell'obiettivo delle telecamere accese, che sono poi gli occhi dei loro genitori, dei media, dei talk show. Molte volte sono genitori spaventati dal futuro, dal lavoro che non c'è, dai soldi che non arrivano. Così i ragazzi si aprono alla rabbia e non riescono ad aprirsi alla solidarietà. Arriva qualcuno che parla alla loro pancia e riesce a far breccia».

Anche con gli adulti molte volte si parla alla pancia.

«Sì, i 14enni però non hanno le sovrastrutture per reagire. Se ai ragazzi si parla alla pancia diventa pericoloso e irresponsabile. Eppure si fa: io cantautore, per esempio, che scorciatoia scelgo? Scrivo una canzone rap e cavalco la rabbia».

Si sta riferendo a qualcuno?

«Quello che è successo di recente con Fedez, per esempio, è un fenomeno serio da osservare con attenzione. Quello che ha fatto Fedez è semplicemente un grave atto di bullismo. Io prendo un video, lo monto in modo menzognero e lo diffondo. Se non è bullismo questo...».

Pensa che possa avere conseguenze sui giovani?

«La gravità è l'impunità. Stiamo facendo passare il messaggio che una persona può salire sopra a un palco e dire tutto quello che vuole, tanto rimarrà impunito. I ragazzi non hanno gli strumenti per filtrare. Sono acerbi. Ecco perché la scuola è fondamentale: perché permette al ragazzo di cogliere e adottare le regole di convivenza civile. La classe serve a questo, a prevenire, perché certe derive si costruiscono col tempo».

Che cosa intende?

«Intendo dire che abbiamo ampliato il confine del permesso. Posso dire ciò che voglio, giusto o sbagliato, perché tanto rimango impunito. Soprattutto se quell'influencer tanto amato dai giovani viene riconosciuto anche dalle istituzioni politiche. In un qualsiasi Paese Fedez sarebbe stato richiamato alle normali regole di convivenza civile, qui no. Oggi stiamo smontando tutte le regole per un interesse immediato che è il caos».

Anche le istituzioni si sono rivolte a Fedez per esortare i giovani a mettere la mascherina.

«Certo, se l'istituzione pubblica non ha la capacità per farlo in proprio si rivolge all'influencer e lui si sente legittimato perché se anche il premier l'ha riconosciuto allora significa che lui può. La vera politica si sarebbe rivolta a un pedagogista non a un influencer. Così il personaggio dei like arriva al mondo della politica».

Sappiamo che anche la politica ora viene fatta a suon di like.

«Certo, e infatti è arrivato Draghi che non ha nemmeno Facebook, perché il Covid ha dimostrato che la politica del vaffa, quella basata più sui like che sui contenuti, è fallimentare. Per tirare fuori l'Italia dalla crisi abbiamo dovuto rivolgerci a persone della vecchia guardia. Per fare votare invece una classe politica incompetente abbiamo dovuto creare la politica del consenso mediatico».

Questo si ripercuote sui ragazzi?

«Sì, un influencer diventa una mina vagante e ti si ritorce contro. I ragazzi sono smarriti, non hanno più punti di riferimento perché glieli abbiamo demoliti. Quanto siamo disposti a lavorare per non lasciarli alla deriva?»