«Per colpa di un pm del caso Tortora ho rischiato persino di finire in galera»

«Sono il giornalista più querelato d’Italia, una volta ho anche rischiato di finire in galera per l’ostinazione di una magistrata campana». Lino Jannuzzi è in volo da Venezia a Parigi per conto del ministro della Cultura Sandro Bondi, di cui è consulente.
Ma è vera questa storia delle due querele al mese?
«Una volta. Ora un po’ si sono stancati loro, un po’ mi sono stancato io».
La prima?
«Nel 1966, quando il generale De Lorenzo a capo del Sifar, querelò me ed Eugenio Scalfari per diffamazione dopo l’articolo sull’Espresso che rivelò l’esistenza del piano Solo, il progetto di un golpe dei carabinieri nel 1964».
Chi l’ha querelata di più?
«I giudici, senza dubbio. Dal magistrato che aveva individuato in Berlusconi e Dell’Utri i mandanti delle stragi del ’92 al pool di Palermo. Quelli che Leonardo Sciascia chiamava “i professionisti dell’Antimafia”».
Motivo?
«Gli articoli sui processi Andreotti, Mannino, Contrada...».
E l’ultima?
«Be’, qualche anno fa ho rischiato di finire in galera per aver ripubblicato alcuni articoli sul caso Tortora vecchi di molti anni. Non avevo più l’immunità parlamentare. Fu anche motivo del declassamento dell’Italia nella classifica di Freedom House sulla libertà di stampa. Devo ringraziare il capo dello Stato di allora, Carlo Azeglio Ciampi, che mi concesse la grazia».
Qualcuno insorse?
«Pochini, in realtà...»
Bilancio tra cause vinte e cause perse?
«Ne ho vinte pochissime. Anche perché quando ti metti contro i magistrati è difficile che altri magistrati ti diano ragione. Per questo la riforma che avevo invocato, quella di una sorta di giurì d’onore composto da non togati, è sacrosanta. E invece...».
Che ne pensa del bailamme di questi giorni? Il caso Boffo, le querele del premier a «Unità» e «Repubblica»...
«Sono battaglie violente tra politici e giornalisti, niente a che vedere con quello che faceva Mino Pecorelli (direttore di Op, ucciso a Roma nel ’79, ndr). Sono tentato di scrivere un articolo per riabilitarne la memoria...».
felice.manti@ilgiornale.it

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