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Per fortuna più che stranieri siamo diversi

Stranieri ovunque è un bel titolo per la mostra internazionale della Biennale di Venezia

Per fortuna più che stranieri siamo diversi

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Per fortuna più che stranieri siamo diversi

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Stranieri ovunque è un bel titolo per la mostra internazionale della Biennale di Venezia. Può avere tanti significati. Stranieri sono gli immigrati regolari e quelli irregolari. Stranieri siamo noi ogni volta che viaggiamo. Straniere, perché irraggiungibili nella loro vera sostanza, sono tutte le persone che incontriamo, frequentiamo, persino amiamo. Straniero sono io a me stesso, perché, come diceva Arthur Rimbaud, «io è un altro». Ma lo straniero, lo ricorda Pietrangelo Buttafuoco nella introduzione al catalogo della Biennale Arte di Venezia, per il greco antico, poteva celare un dio. Straniero era Enea che venne a fondare una civiltà fondata sulla cittadinanza. Più dell'internazionale, che fa parte dell'ideologia dominante (il vecchio cosmopolitismo) non sarà il caso di preoccuparsi dell'universale? Altrimenti si rischia di incappare nel difetto che il curatore Antonio Pedrosa non ha saputo evitare del tutto: esaltare il multiculturalismo, ma come massimo contributo portare in tavola una ricca portata di cibi esotici. Per dimostrare apertura, e mettersi a posto con la coscienza, il borghese cosmopolita può anche farsi un giro alla Biennale, non rimarrà deluso: ci sono tutte le battaglie «corrette» già stravinte almeno nelle istituzioni culturali. Il piccolo borghese, nato e cresciuto a Pizzighettone, sposato con due figli, posto fisso in Comune o in una azienda locale, rischia di essere esposto, il vero «straniero ovunque» ormai è lui. Essere straniero ovunque, come si diceva è anche, un po' banalmente, essere straniero a se stesso. Ma in tal caso, ci si aspetta una riflessione che almeno aspiri a sfiorare le vette della letteratura. Gregor Samsa che si sveglia insetto nella Metamorfosi di Kafka, Meursault che uccide per capire qualcosa di sé, e non ci riesce, nello Straniero di Camus, Krapp che svanisce insieme con il suo Ultimo nastro, nel quale non si riconosce, nella tragicommedia di Beckett. Non c'è niente di altrettanto dirompente nella mostra di Pedrosa. Ma è anche sbagliato confondere il libro dei nostri desideri con gli intenti del curatore. In realtà, la ricchezza di questa Biennale è nel porsi come punto di partenza per altre ricerche, come dimostra il catalogo polifonico.

Tra i pregi, c'è la quantità incredibile di pittura proveniente dai quattro angoli del mondo, a tratti entusiasmante nella sua diversità. Ecco, più che stranieri, siamo diversi, pur uniti dalla universale condizione umana.

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