Il commento Così lo Stato fa il buon padre di famiglia

Ragazzi, prendete al volo tutti i lavori che vi capitano, esclusi quelli poco edificanti. Non accettate di lavorare nell’illegalità, ma non scartate ogni lavoro che sia anche soltanto moralmente dignitoso. Il Paese è in crisi e ha bisogno anche del vostro lavoro per ripartire.
Non sappiamo bene dove il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, abbia trovato il coraggio da leoni necessario per dire una cosa del genere in Italia. Ma l’ha fatto e si è comportato come dovrebbe comportarsi uno Stato normalmente e cioè come un buon padre di famiglia che sceglie e indica la via del possibile per il bene di tutta la famiglia, appunto, che in questo caso è l'Italia del maggio 2010 e non quella inesistente che ha in testa un bel po’ di classe dirigente - diciamo così - italiana.
Un discorso come questo negli Stati Uniti sarebbe normale perché in quel Paese, e lo si è visto, durante la crisi a essere normale è il richiamo ai doveri verso la Nazione. Il primo interrogativo, come è arcinoto, nel Paese di oltreoceano che i cittadini si pongono è cosa possano fare loro per la Nazione e non ciò che lo Stato può fare per loro.
Qui no. Qui ci sono vari partiti che ragionano al contrario. Il partito delle mamme: un giovane in Italia abbandona la casa di famiglia, in media, a 34 anni, in Europa a 24, negli Stati Uniti ancora prima.
Il partito dei sindacati che protegge chi il lavoro ce l’ha e sconsiglia vivamente di accettare i lavori ma soltanto se buoni, meglio a tempo indeterminato, il massimo se pubblico. Cioè ciò che non esiste. I partiti della sinistra che non abbiamo mai capito bene se preferiscano la disoccupazione al precariato. Qualche vescovo dal caldo di qualche bell’episcopio completa il quadro con appelli al lavoro certo, per sempre, forse in eterno.
Dunque un coraggio da leoni, proprio così. Anche perché questo non significa assolutamente penalizzare i più capaci. Non significa che un ingegnere del settore biotecnologico debba raccogliere le foglie in un parco per tutta la vita. Significa che nel suo periodo della gioventù può accettare un lavoro temporaneo per dare una mano all’economia che deve riprendersi e deve evitare di gravare sulle spese sociali della Stato potendolo fare.
In una visione della vita generosa, non micragnosa, non regolata e ispirata solo all’invidia sociale classica del nostrano cattocomunismo, tutto questo sarebbe accolto come un appello al buon senso, alla responsabilità, al mettere a frutto le proprie forze e la propria volontà per collaborare a creare una società dove far fruttare i propri talenti.
Non è un appello moralistico cioè non dotato della carica del necessario realismo. È un appello di quell’etica civile che caratterizza gli Stati moderni e liberali. Un appello, in altre parole, alla vitalità, a uomini liberi e forti, come avrebbe detto don Luigi Sturzo scagliandosi contro la società che rammollisce i cittadini deresponsabilizzandoli.
Povero Sacconi, non vorremmo essere nei suoi panni. Chissà quante insopportabili prediche e predicozzi. Magari ci scappa anche una manifestazione. Le scuole non sono ancora chiuse.
Eppure ha fatto bene anche per un altro motivo: con i genitori di quei ragazzi non so quante speranze ci siano di farli cambiare mentalità. Con i ragazzi del nostro Paese il discorso è diverso, molto diverso. Si può sperare che discorsi come questo arrivino a loro direttamente e possano essere anche compresi. Non è certo che funzioni ma è un dovere fare così, come Sacconi.

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