Il commento Due idee per ridurre le tasse e rilanciare il Paese

Un governo è buona cosa che non parli mai di tasse, ne per preannunciare di alzarle né per abbassarle. Sulle tasse si tace e si fa. Se per ipotesi si annunciasse l’intenzione di tagliare un’aliquota di dieci punti e poi si concludesse per un taglio di otto, la gente, invece che come uno sgravio, lo vivrebbe come un tradimento di due punti rispetto alle promesse. Peggio ancora è l’annuncio di balzelli con successiva marcia indietro, specialità della sinistra al governo, dato che spaventa il mercato inutilmente senza nemmeno produrre gettito. Detto questo però nulla impedisce che per chi non è al governo si possa e si debba discutere di tasse, senza preconcetti e preoccupazioni elettorali. La recente mossa della Germania, che ha avviato un forte programma di detassazioni e della Francia, che ha abolito la sua versione dell’Irap, ci mette di fronte a un problema che non possiamo nascondere sotto il tappeto: cosa toccare del nostro sgangherato sistema fiscale per sfruttare l’eventualità di una ripartenza dell’economia?
Semplifichiamo al massimo: in Italia le imposte dirette sulle persone fisiche le pagano quasi solo i lavoratori dipendenti, gli autonomi spesso le eludono perché a) è facile evadere b) la tassazione è spropositata. La tassazione sulle imprese è invece bizantina: poche tasse sui profitti e una marea di balzelli ben poco correlati agli utili di cui l’Irap è un perfetto esempio. Il quadretto si completa con un debito pubblico elevatissimo che non ci consente troppo agio per esperimenti. L’unica imposta che ci rende competitivi e che non va assolutamente toccata è quella sui risparmi (che infatti si sono rivelati un punto di forza nell’affrontare la crisi).
Dati questi ingredienti qual è la strada giusta per uscirne bene? In linea teorica per le persone fisiche bisognerebbe portare in parallelo verso il basso la tassazione e verso l’alto i controlli e le sanzioni, in modo da ampliare la base imponibile, mentre per le imprese occorre un sistema impositivo più logico e basato sugli utili effettivi. Più difficile è passare dalla teoria alla pratica: posto che il federalismo fiscale potrebbe essere una risposta, non si può dimenticare che per quella rivoluzione occorrono tempi lunghi. E nell’attesa occorre fare qualcosa di immediato.
Una soluzione potrebbe essere quella di abbinare una riduzione pesante e generale delle aliquote a un’inversione dell’onere della prova: in pratica si tratterebbe di consegnare a chi dichiara meno di, poniamo, quindicimila euro, un questionario analogo al modulo Isee che obblighi alla dichiarazione di immobili, vetture, titoli, conti correnti, imbarcazioni, quote di società, canoni di locazione o qualsiasi altro indice di ricchezza, che servirà poi da base per le opportune verifiche. Vogliamo scommettere che i falsi redditi bassi diminuiranno drasticamente, comportando un aumento di gettito pur con aliquote ridotte?
Per quanto riguarda le imprese invece, posto che per una società in difficoltà l’ultimo dei problemi è la tassazione sugli utili, si potrebbe provare a cambiare l’Irap ma al contempo riducendo la platea delle spese detraibili (dato che spesso sono semplici pretesti per abbattere i profitti) per concentrare gli sgravi dove servono, come ad esempio sulle nuove assunzioni, necessarie per far ripartire l’economia. Se la scommessa riuscisse e si afferrasse la ripresa con un sistema fiscale più sincero e competitivo, l’incremento del gettito sarebbe più che proporzionale.
I conti pubblici si risanano solo con la crescita e i capitali rientrati con lo scudo non devono più trovare conveniente un nuovo espatrio. Tremonti ha le sue ragioni per voler aspettare, ma non ci saranno mai condizioni migliori di queste per cominciare davvero a girare pagina.
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