Il commento È un’imposta orribile, ma in giro c’è di peggio

RISCHIO Il pericolo è che si tratti di una tassa aggiuntiva, cioè che non sostituisca altri tributi

Mettiamola così: la carbon tax è orribile, e al tempo stesso c'è in circolazione perfino di peggio. L'annuncio da parte di Nicolas Sarkozy d'introdurre un sistema di prelievo fiscale che penalizzi le emissioni inquinanti va in una cattiva direzione per vari motivi. In primo luogo, perché nella recessione in cui ci si trova (e in cui si resterà ancora un bel po') l'ultima cosa da fare è immaginare nuove imposte. Per far ripartire l'economia bisogna ridurre il ruolo dello Stato e alleggerire il prelievo. Ogni tassa ulteriore rischia dunque di cronicizzare la crisi.
Per giunta, questa tassazione - introdotta sulla scorta di un'asfissiante propaganda ecofondamentalista - penalizza talune fonti di energia a scapito di altre e quindi invia segnali distorti agli attori di mercato: può spingere insomma a investire di più nella produzione di energia verde, ad esempio, che nell'acquisto e nel trasporto di gas metano. E questo a dispetto di ogni considerazione economica.
Sia Sarkozy che il suo primo ministro François Fillon insistono nel dire che l'introduzione di questa imposta non accrescerà la pressione fiscale, perché sarà compensata dalla riduzione di altre imposte. I francesi sono però alquanto scettici, se si pensa che l'84 % della popolazione è contrario.
Eppure, nel complicato mondo in cui viviamo, perfino dalla carbon tax potrebbe venire qualcosa di positivo: se fosse davvero un'imposta sostitutiva e fosse accompagnata dall'abolizione di ogni sussidio a questa o quella fonte. In tal senso è interessante che anche un liberista come Carlo Stagnaro, in uno studio di qualche mese fa intitolato "Europa 2020: una proposta alternativa", ha dichiarato di preferire la (relativa) neutralità fiscale della carbon tax alla situazione presente. Basti pensare alle quote predisposte dall'Unione europea (con il cosiddetto "cap and trade") per limitare le emissioni: un sistema di diritti a emettere che impone a ogni impresa inquinante di disporre di "titoli autorizzativi" cedibili, analogamente a quanto è già stato fatto con la produzione del latte. Un metodo complesso da realizzare e costoso da gestire (esige molti funzionari e controlli), ma soprattutto destinato a generare intricati scambi di favori tra politici, burocrati e imprese, fatalmente accompagnati da corruzione.
La carbon tax ha poi un altro pregio: non è progressiva e quindi non penalizza quanti hanno successo. C'è infine un'ulteriore considerazione. Ogni regolamentazione che riguarda un'attività è una tassa, poiché grava sulla produzione e ne riduce i benefici. Passare da un sistema essenzialmente regolamentare a uno essenzialmente tributario - superare il vincolismo attuale per sostituirlo con questi oneri fiscali - comporta il beneficio, a parità di danno per l'impresa, che nel secondo caso l'onere è palese, visibile, trasparente. E per di più le tasse - a dispetto di quanto riteneva un nostro ministro - non soltanto non sono bellissime, ma neppure sono amate. Per questo è più facile aumentare la regolamentazione che la tassazione, dato che ogni cittadino percepisce subito come un aumento di quest'ultima sia pagato da lui.
Il rischio, altamente probabile, è che in Francia o altrove la carbon tax non venga a sostituire le imposte sul reddito, non spazzi via il sistema (iper-barocco) del "cap and trade" europeo, e neppure surroghi la molteplicità di regole con cui, fino ad ora, si è voluto tutelare l'ambiente di fronte agli allarmismi di chi teme il surriscaldamento del globo. Volendo proprio essere ottimisti, però, è possibile che essa attenui lo sviluppo di quei processi. Non si tratterebbe quindi di un "second best", certamente, ma forse di un "meno peggio".