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Il commissariato di via Mecenate, da presidio a fortino assediato

Le lacrime degli agenti più giovani tra sospetti, indagini e trasferimenti

Il commissariato di via Mecenate, da presidio a fortino assediato

Milano, via Quintiliano. Un commissariato che fino a pochi giorni fa era un presidio di legalità in una delle zone più martoriate della città. Rogoredo, Corvetto, il boschetto della droga: nomi che evocano non solo spaccio a cielo aperto, ma una sfida quotidiana per chi indossa la divisa. Oggi quel commissariato è un guscio vuoto. Smembrato. Azzerato. Ridotto a un'ombra di se stesso dopo i fatti che hanno travolto l'assistente capo Carmelo Cinturrino.

Delle 78 persone che ci lavoravano, ne restano pochissime. I più giovani, soprattutto. Quelli che guardano le scrivanie vuote dei colleghi trasferiti, che ascoltano il silenzio dei corridoi e piangono sommessamente, con quel singhiozzo trattenuto di chi si sente smarrito, tradito, abbandonato. Nessuno, proprio nessuno, aveva mai avuto sentore di quanto si accusa Cinturrino di aver fatto. Nessuna voce, nessuna segnalazione, nessuna chiacchiera da spogliatoio o da mensa. Il dirigente Osvaldo Rocchi è lì da appena un anno e mezzo: un funzionario con esperienza, arrivato da altri incarichi investigativi milanesi, ma pur sempre nuovo rispetto a una realtà complessa come questa. E adesso? Verrà accusato di non conoscere il proprio personale. Di non aver vigilato abbastanza. Di non aver visto ciò che, a quanto pare, nessuno ha visto.

Intanto il commissariato viene smantellato pezzo per pezzo. Trasferimenti, azzeramenti, provvedimenti disciplinari che colpiscono a pioggia. E Rocchi, l'unico rimasto al timone in questi giorni drammatici, a breve verrà spostato anche lui. Dove? Non si sa. Forse in un altro commissariato, forse in Questura, forse chissà. Il Viminale vuole pulizia e la vuole visibile. Ma a che prezzo? A quello di lasciare una periferia già ferita senza un punto di riferimento solido, con i più giovani agenti quelli che dovrebbero imparare sul campo, quelli che ancora credono nella missione lasciati a galleggiare in un mare di incertezza e di sospetti.

Cinturrino, intanto, è a San Vittore. Guardato a vista, come si conviene a chi porta accuse pesanti. Ha scritto una lettera dal carcere: "Perdonatemi, pagherò per il mio errore". Si è scusato con i colleghi, con la famiglia della vittima, con tutti. Ha ammesso la messinscena, la paura, il gesto disperato. Ma ha negato con forza di aver mai chiesto il pizzo. E ha annunciato ricorso al tribunale del Riesame per chiedere i domiciliari. La difesa gioca le sue carte, la Procura le sue. La giustizia farà il suo corso, come deve essere.

Ma è proprio sul fronte del "pizzo" che la vicenda assume contorni surreali, quasi paradossali. Secondo le accuse, Cinturrino avrebbe taglieggiato i pusher del boschetto di Rogoredo. Soldi, droga, protezione in cambio di silenzio. Un "sistema" parallelo, si dice. E dove si sarebbe consumata parte di questa presunta estorsione? Proprio nella zona dove la sua compagna fa la custode di alcuni stabili Aler. Palazzi popolari, gente che vive lì da anni, che conosce ogni faccia, ogni movimento, ogni sussurro. Bene: nessuno, proprio nessuno in quei palazzi, ha mai sentito dire nulla di questo pizzo. Nemmeno una voce, nemmeno un pettegolezzo da pianerottolo, nemmeno un "si dice che...".

Non è strano? In un quartiere come quello, dove le voci corrono più veloci della metropolitana, dove uno spacciatore che cambia orario diventa subito argomento di conversazione, un poliziotto che chiede il pizzo sarebbe passato inosservato? Non sarebbe girata una voce, un'allusione, un "attenti a Luca" (il soprannome che gli attribuiscono)? Non sarebbe arrivato all'orecchio di qualcuno, magari di un inquilino che poi ne parla con il vicino, con il portinaio, con il barista all'angolo? Il silenzio è assordante. E fa sorgere più di un dubbio.

Perché se davvero Cinturrino avesse messo in piedi un racket così strutturato, come mai nel suo stesso feudo domestico tra i palazzi che la compagna custodisce ogni giorno non si è mai mossa una foglia? Possibile che gli spacciatori italiani che, secondo alcune testimonianze, lui avrebbe protetto fossero così discreti da non lasciare traccia?

Il commissariato Mecenate non era un covo di malfattori. Era ed è ancora, per chi ci resta un avamposto in terra di nessuno. Rogoredo non è un bosco incantato: è una piaga aperta da anni, tollerata, fotografata, denunciata. Un luogo dove i pusher nordafricani dettano legge, dove i tossici muoiono in silenzio, dove le forze dell'ordine intervengono con il coraggio di chi sa di avere le mani legate dalla politica e dalla burocrazia. E ora, per un caso gravissimo, certo, da accertare fino in fondo si smembra tutto.

I giovani agenti che restano, quelli che non hanno vent'anni di servizio, ma solo la voglia di fare il proprio dovere, piangono sommessamente. Non in pubblico, ovvio. In privato. In macchina, tornando a casa. O in pausa caffè, quando nessuno li vede. Si sentono smarriti perché hanno visto crollare un pezzo del loro mondo.

Perché oggi chiunque indossi la divisa al Mecenate è guardato con sospetto. Perché il messaggio che arriva dall'alto è chiaro: meglio un controllo in più e un arresto in meno, come ha detto il capo della Polizia Vittorio Pisani. Ma a chi tocca il controllo? A chi resta?

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