"Continuerò a farvi ridere ma oggi l'Italia mi fa piangere"

Il comico più amato dagli italiani: "Ho appena compiuto 70 anni, vivere in quest'epoca mi mette malinconia. Ma i giovani ci salveranno"

Lui adora il pubblico e il pubblico adora lui. «Furio», il marito-fissato della povera «Magda», direbbe: «E allora lo vedi che la cosa è reciproca?».

Carriera entusiasmante, quella di Carlo Verdone, dove solo l'operatore ACI in una mitica telefonata trovò il coraggio di dirgli: «Ma va a cagher!». Dagli altri, invece, solo applausi. Meritati. Perché prendere il posto nel cuore degli italiani dei fantastici quattro supereroi della commedia italiana (Sordi, Tognazzi, Gassman, Manfredi) era un'impresa quasi impossibile. Però Carlo Verdone c'è riuscito, forte di un talento naturale plasmato da impegno e passione. Grande interprete e regista non solo a parere dei fan, ma anche a giudizio dei critici, masticatori insaziabili di pane e «specifico filmico». La sua (e la nostra) fortuna iniziò con Non stop, il varietà Rai di comicità d'avanguardia che nel triennio 77-79 portò alla ribalta del piccolo schermo alcuni dei futuri «mostri» cinematografici elaborati dall'attore romano.

Nel 1980 irrompe nelle sale la pellicola d'esordio, Un sacco bello; il bis l'anno dopo con Bianco, rosso e Verdone. Due capolavori. Successi senza eguali. È il periodo di massima energia trasformista di Carlo, una specie di mimesi tra «Zelig syndrome» e camaleontismo fregoliano. Fin da giovanissimo sui palcoscenici delle cantine periferiche Verdone sperimenta macchiette irresistibili, specchio dei tempi e del carattere nazionale: dal politico trombonesco con l'eloquio «seempree teesoo!», al cittadino ansiogeno che estrae la pistola dal borsello di pelle marrone, mostrando orgogliosamente il porto d'armi al grido di «Chi me l'ha data questa? Questo!». Maschere ancora attuali tra la vacua oratoria tipica degli uomini di Palazzo e l'esigenza (percepita?) di sicurezza da parte dei cittadini.

Verdone inventa un nuovo linguaggio somaticamente rivoluzionario; impossibile non notare quel ragazzo geniale; non credere nella sua alchimia comica; non dargli fiducia. Al resto provvede la bravura di Verdone. La notorietà cresce. Diventando celebrità.

Un mito. Ma della porta accanto.

«In 40 anni di carriera sono rimasto un uomo semplice. Il pubblico lo ha apprezzato. Forse è questo il segreto della mia longevità».

Da bimbo aveva il terrore di perdersi. Come quella volta allo stadio quando per un attimo non vide papà e poi gli corse incontro sussurrando: «Non lasciarmi mai più...».

«Grazie a lui mi sono sempre ritrovato, anche nei momenti difficili della vita. Mi ha insegnato a stupirmi davanti al bello dell'arte».

Com'è maturata l'idea di diventare attore?

«Ero un ragazzo timido. Non avrei mai pensato di fare questo mestiere».

Il 17 novembre Carlo Verdone ha compiuto 70 anni.

«Mi ha telefonato il presidente della Repubblica per farmi gli auguri. Ho ricevuto centinaia di messaggi da persone sconosciute. Un'emozione travolgente. Mi sono fatto tre domande».

Quali?

«Davvero ho 70 anni? Sono proprio io quello a cui la gente vuole così bene? Mi merito tutto questo? Sembra un sogno».

Invece è la realtà.

«Ho festeggiato, ma senza esagerazioni. Proseguirò nella mia missione».

Quale «missione»?

«Divertire con intelligenza attraverso storie più mature. Sarei patetico se oggi riproponessi gli schemi del passato».

Il suo 27esimo film è bloccato dall'emergenza Covid. Il titolo sembra una profezia: Si vive una volta sola.

«Racconto le vicende di quattro medici. Potrebbero pure loro far parte di quella ampia schiera in camice bianco impegnata nella lotta contro la pandemia».

Un virus infame che non permette neppure di dare un'ultima carezza ai cari prima dell'addio.

«È una condizione straziante. Ma dovremmo riflettere su una cosa».

Cioè?

«I like sui social e le amicizie virtuali sono inganni che nascondono la nostra solitudine. Non ci si può rincretinire stando otto ore attaccati all'i-phone. La tecnologia è una gran cosa, ma gli eccessi sono pericolosi».

A proposito di «eccessi». L'ha colpita la morte di Maradona?

«Lo conobbi in casa di Massimo Troisi. Un ragazzo gradevole, umile. Per lo sport è stato un dono di Dio».

Poi Dio si è dimenticato di Diego. E Diego si è scordato di Dio.

«La sua fine mi suscita pena e tenerezza».

Torniamo alla famiglia Verdone. Che tipo era sua madre?

«Dolce e piena di ironia. È la donna che mi ha compreso di più. Incoraggiandomi a fare l'attore».

Ha due figli, Paolo e Giulia. Che rapporto avete?

«Meraviglioso. Se dovessi sbagliare qualcosa con loro non me lo perdonerei. Sono sicuro che mi ricorderanno come un buon padre».

Lei, invece, che ricordi ha del periodo a cavallo tra la fine degli anni '70 e i primi anni '80?

«Terribili, fra terrorismo e stragi. E quella parola - «proletariato» - usata a sproposito per coprire gli atti criminali di una banda di vigliacchi. Ipocrisie ideologiche che la Marcia dei quarantamila spazzò via».

Un mese dopo quella marcia epocale (15 ottobre 1980), la terra tremò in Irpinia e Basilicata (23 novembre). Tremila morti. La ricostruzione ha comportato scandali e uno spreco di denaro pubblico senza precedenti. Lo sviluppo è rimasto una chimera. Per il Sud l'ennesima occasione mancata.

«L'anno successivo, in Bianco, rosso e Verdone, focalizzai uno degli episodi del film sul personaggio di Pasquale Amitrano che, emigrato in Germania, torna a Matera per le elezioni. Va a votare, ma al momento di consegnare la scheda al presidente di seggio sfoga tutta la sua rabbia per le ingiustizie patite dal momento in cui ha messo piede nel Belpaese. Da allora ad oggi la situazione non è granché migliorata».

I colpevoli?

«In Italia abbiamo una classe politica inadeguata. Senza qualità. A volte si arriva nelle stanze del potere più in forza dei giochi di potere che in base a preparazione e competenza. Nel Sud, abbandonato a se stesso, il fenomeno è ancora più grave. Speriamo nei giovani».

Magari il disagio fosse limitato al Mezzogiorno...

«Il degrado riguarda l'intera società italiana. Il mio compito è far ridere, ma questa società fa piangere».

Cosa la indigna di più?

«L'ignoranza di chi è chiamato ad amministrare la cosa pubblica. Ma le sembra giusto che posti-chiave vengano occupati in base ai pacchetti elettorali piuttosto che ai titolo di studio?».

A proposito di «titoli di studio», lei può vantare un curriculum accademico da Guinness: una laurea in Lettere moderne con 110 e lode, due lauree honoris causa (in Medicina e Beni Culturali) e un'iscrizione onoraria nell'Ordine dei Farmacisti. Ma è vero che lei ha una vocazione particolare per le diagnosi sanitarie (rigorosamente esatte)?

«La medicina mi ha affascinato fin da piccolo. È una specie di tradizione di famiglia. Ho un ampio giro di pazienti che da anni mi chiedono consigli. Io dico la mia, ma poi raccomando loro: Chiedi conferma a uno specialista».

Si narra che col suo intuito «abbia salvato la vita a quattro persone».

«Anche di più. A Natale ricevo molti pacchi-dono di ringraziamento».

Qualcuno le chiede «dritte» anche sul Coronavirus?

«Il Covid è una cosa seria, figlia anche degli effetti perversi della globalizzazione e del mancato rispetto nei confronti della natura. Ma in tema di pandemia, meglio lasciare la parola ai virologi».

Virologi che però si fanno la guerra l'uno contro l'altro nei salotti-tv. Una smania presenzialista che li ha trasfigurati in macchiette simili al suo dottor «Raniero Cotto Borroni» che nel film Viaggi di nozze, rispondendo a una telefonata mentre sta facendo sesso con la moglie «Fosca», dice: «No...non mi disturba affatto».

«Ogni programma televisivo ha il proprio virologo di fiducia. La gente viene rimbambita a colpi di informazioni contraddittorie. Con la conseguenza, negativa, di lasciare spazio alle tesi negazioniste.

Parla per esperienza personale?

«All'inizio un mio conoscente non prendeva sul serio l'esistenza del Covid. Ma un brutto giorno è stato contagiato, finendo nel reparto intensivo. L'ho rivisto qualche tempo fa al bar: dimagrito e con un'aria sofferta. Mi ha guardato e ha detto: Ora ho capito. Tutti possiamo sbagliare...».

Lei appartiene alla categoria a rischio degli «attori famosi», forse la più soggetta al capitombolo della depressione. Ha mai temuto di cadere vittima del male oscuro?

«È una patologia che non temo. La mia vita è troppo piena di passioni, interessi e affetti per correre un rischio di questo tipo».

Molti suoi colleghi ne hanno invece sofferto.

«Avevano commesso l'errore di mettere il lavoro al primo posto. E quando la carriera è giunta al tramonto, si sono ritrovati soli. Finiti in un tunnel buio. La salvezza è invece la famiglia, gli affetti più cari che non tradiscono mai e ti restano accanto fino all'ultimo dei giorni. Io questi affetti ho la fortuna di averli. E mi li tengo stretti».

I ricordi sono una buona compagnia?

«Quando i ricordi si intrecciano con i buoni esempi, diventano più di una buona compagnia: si integrano con l'anima».

La sua anima è ricca di «ricordi» e «buoni esempi»?

«Sono quelli che mi hanno lasciato in dote i miei genitori. E i miei nonni. Conservo ancora una lettera scritta dal fronte di guerra da mio nonno paterno. È indirizzata a mia nonna e dice: Ho un lapis in mano ma le dita mi tremano dal freddo: ti prego di far studiare Mario, costi quel che costi. Mario è mio padre e quando leggo quel foglio ingiallito trattengo a stento le lacrime».

Mario Verdone ha poi studiato davvero, diventando uno tra i più apprezzati critici e docenti di cinematografia.

«Pur provenendo da una famiglia poverissima il suo livello intellettuale era altissimo, tanto che Norberto Bobbio lo scelse come primo assistente. Grazie a papà ho conosciuto persone di massimo livello culturale. I suoi insegnamenti mi hanno introdotto alle meraviglie della pittura, del teatro, della letteratura, del cinema».

Ma è vero che suo padre la bocciò a un esame universitario?

«La sera prima dell'esame gli dissi che non ero preparato solo su due autori. Il giorno dopo mi fece le domande proprio su quelli. Mio padre era così. Non poteva accettare che suo figlio fosse favorito in qualche modo. Se oggi nutro per lui una sconfinata ammirazione è anche per questo suo modo di essere onesto e integerrimo».

Un atteggiamento assai poco «italiano».

«Nella patria delle raccomandazioni e dei nepotismi, papà ha incarnato la parte migliore del nostro Paese».

Anche per questo l'Italia le suscita malinconia?

«Ma è possibile che ogni giorno ci sia qualcuno che ruba, violenta, uccide? Che le virtuose potenzialità del web vengano da alcuni utilizzate per veicolare orrori di ogni genere? Tutto ciò mi crea tristezza. E mi spinge a trovare rifugio guardano cielo e nuvole, i miei soggetti fotografici preferiti».

Come mai ha deciso di immortalare il cielo?

«Perché il mondo è bello. Ma solo se si guarda in alto».

Sarà un Natale triste. Orfano di tavolate, baci e abbracci. Lei cercherà conforto nelle sue foto?

«Quegli scatti per me sono preghiere senza parole».

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