Contrada punito dal giudice perché non vuole pentirsi

L’ergastolano mafioso Salvatore Vitale fu mandato a spasso dal tribunale di sorveglianza a maggio dell’anno scorso perché “depresso”. Giuseppe Belcastro, boss della ‘ndrangheta, anche lui condannato all’ergastolo, è stato scarcerato pochi giorni fa perché il giudice non ha avuto tempo in quattro anni di scrivere la sentenza. Silvio Scaglia, imprenditore incensurato, si precipitò a rientrare dall’estero appena seppe di essere indagato per frode fiscale per mettersi a disposizione dei magistrati: fu chiuso in carcere per mesi e poi ai domiciliari, non ha ancora riavuto la libertà dopo quasi un anno. Bruno Contrada (80 anni) ex poliziotto e medaglia d’oro, condannato per un reato non espressamente previsto dal codice ed assolto una volta nell’iter processuale con formula piena, si è visto negare ieri la scarcerazione perché «non pentito», condizione peraltro impossibile da ottenersi in quanto Contrada si è sempre dichiarato innocente.
La lista potrebbe allungarsi e l’impressione è di un sistema che non è né garantista né severo, bensì casuale, cosa che per un potere profondamente invasivo nella vita delle persone e delle imprese è la condizione peggiore in assoluto. Il caso Contrada ben si presta ad esaminare alcune di queste «stranezze» che affliggono la giustizia italiana e le cui responsabilità si ritrovano sparse in tutti i palazzi del potere. Cominciamo dal reato: il concorso esterno in associazione mafiosa nel codice penale non esiste. Contrada quindi, magari si è veramente macchiato di colpe gravi, quali aver aiutato criminali come Riina a sfuggire alla cattura, tuttavia è assurdo che nella nazione del diritto romano, il cui articolo 1 del codice penale recita che «Nessuno può essere punito per un fatto che non sia espressamente preveduto come reato dalla legge» per questi casi si faccia spallucce da anni. Qui la colpa è da dividersi equamente fra la magistratura ed il Parlamento, dato che la prima non dovrebbe permettersi di «creare» i reati, mentre il secondo, dato che ha trovato il tempo negli anni di legiferare sul calibro delle olive e su altre amenità, sarebbe forse ora che decida di mettere nero su bianco quando, come e se uno commetta «concorso esterno» e che pena debba subire.
Un altro aspetto emblematico che si ritrova nel caso Contrada coinvolge uno dei princìpi che dovrebbero essere alla base di un sistema garantista, vale a dire la condanna solo «al di là di ogni ragionevole dubbio». Come si possa conciliare questa nozione in presenza di una sentenza di assoluzione con formula piena è un mistero. L’ex funzionario del Sisde fu condannato in primo grado, poi riconosciuto del tutto innocente in appello, sentenza poi ribaltata in Cassazione a cui seguì la condanna definitiva. Ora, senza entrare nel merito dei fatti, se un tribunale ha ritenuto di giudicare una persona innocente, questo stesso fatto dovrebbe essere fonte di sufficiente «ragionevole dubbio» per evitare una condanna. In quasi tutti i paesi civili una sentenza di assoluzione, proprio per questo motivo, è inappellabile dalla procura. Qui la colpa è principalmente della Corte Costituzionale che bocciò (con relatore casualmente l’ex ministro di Prodi, Giovanni Maria Flick) una legge in tal senso proposta da Gaetano Pecorella ed approvata dal parlamento fra le resistenze dell’allora Presidente della Repubblica Ciampi. Infine ci sarebbe l’annoso capitolo dei pentiti: all’estero gli sconti di pena si ottengono solo in cambio dell’aiuto nel trovare prove decisive, qui da noi invece se il criminale accusa qualcuno (meglio se i soliti noti, vedi caso Spatuzza) si pretende diventi esso stesso prova. Per l’accusato dai pentiti che si dica innocente e quindi non abbia nessuno da accusare, niente scarcerazione, nemmeno se ha ottant’anni. Magari Contrada è davvero colpevole ed è giusto così, ma se lui rimane agli arresti e gli ergastolani mafiosi escono liberi una delle due cose è sbagliata e se vogliamo essere un paese credibile queste storture vanno corrette.
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