Così i kamikaze di «Al Ittihad» tramano per colpire l’Italia

Fra la Somalia e l’Etiopia sono oltre 300 i militanti pronti a colpire. Provati i collegamenti con Al Qaida

da Roma

Gli aspiranti kamikaze del 21 luglio a Londra provengono da Etiopia e Somalia. Il commando di quattro (o cinque?) bombaroli partito da Mogadiscio una settimana fa alla volta di Roma è un fritto misto «somalo-etiope». Nell’area del Corno d’Africa, tuona il ministro Pisanu «al Qaida è arrivata, si è insediata, tende, per vie diverse, a inviare suoi adepti in Europa e nel resto del mondo». In Somalia i seguaci di Bin Laden devastano i cimiteri coi caduti italiani e attaccano le nostre navi. In Etiopia la «base» di Osama fa proseliti, affari, predica il wahabismo e la guerra ai crociati occidentali e ai cristiani di Roma.
Al fermento nel Corno d’Africa corrisponde una fibrillazione perenne in Europa. Anche perché - osservano gli analisti del Sismi - tra la Somalia e l’Etiopia sta operando con successo una poco nota entità fondamentalista di ispirazione salafita che brucia le tappe puntando a bruciare Roma: è la Al Ittihad Al Islami. Da tempo, ovvero dal 1983, ballando sulle ceneri dell’ex despota Siad Barre, ha lavorato per crescere militarmente e politicamente. Stringendo una santa alleanza con la Jamaa Al Islamiya (Associazione Islamica) guidata da Sheik Mohammed Eissa, e con la Wahdat Al Shabab Al Islami (Unità della gioventù islamica) è divenuta una delle cinque organizzazioni sulle quali Osama investe e conta a occhi chiusi. Il salto di qualità di Al Ittidah avviene nel 2000 «con l’istituzione di nuove scuole islamiche (madrasse) a Hargeysa, Burao e Boorama, l’acquisto di notevoli quantità di armi e munizioni, il finanziamento di due Ong (...), l’apertura di laboratori farmaceutici» e via discorrendo. Un’intensa attività militare-filantropica che mira alla costituzione di un nuovo governo islamico in Somalia, all’imposizione della legge islamica fra Gibuti, Etiopia, Somalia, Eritrea, nonché «alla pianificazione, mirata, di attacchi contro cittadini occidentali».
Le «antenne» dei nostri servizi segreti nel Corno d’Africa non nascondono una certa preoccupazione. Stimano in duemila attivisti il reggimento della Aiai («trecento almeno sono preparati e addestrati a compiere azioni terroristiche») che ha una struttura decentralizzata fra l’Etiopia, la Somalia, lo Yemen, l’Eritrea e la zona di confine El-Wak in Kenya, mantenendo il suo quartier generale a Puntland.
La fortuna economica dei kamikaze del Corno d’Africa cresce in modo esponenziale su un reticolo finanziario che gli specialisti di Forte Braschi riassumono sotto le voci del «traffico di armi e droga», «supporto esterno proveniente da organizzazioni di soccorso islamico saudite e kuwaitiane», «ingenti somme di denaro provenienti da numerose Ong e dal Somalia’s Al Barakaat Ginance Group, a cui Osama Bin Laden sembra abbia offerto un milione di dollari». Proprio così. Osama è sicuramente dietro al gruppo somalo-etiope «a cui ha dato 400mila dollari per gli attacchi in Etiopia e 3milioni di dollari per inviare combattenti in Afghanistan e Somalia». Le cellule di Al Ittidah si sarebbero definitivamente rinforzate il 21 ottobre 2004 «ricevendo dallo Yemen oltre 700 Ak-47 fucili-mitragliatori, 60 fucili automatici ed un numero imprecisato di armi portabili anticarro e di mine antiuomo» oltre a svariate partite di tritolo.
Il collegamento Al Qaida-Al Ittihad è ormai un punto fermo nello scacchiere strategico del terrore salafita. A dicembre 2004 il braccio armato di Osama ha reclutato personale da inviare nell’Ogaden per combattere contro i soldati etiopici; dall’inizio dell’anno gli agenti qaidisti intensificano qui il finanziamento di campi d’addestramento, un tempo monopolio dei cosiddetti «arabi afghani» vicini alla base di Bin Laden; «un importante gruppo di AQ è in queste ore nel Puntland» e la cosa desta un certo nervosismo se si pensa «che Aiai ha fornito supporto all’organizzazione degli attacchi del 1998 contro le ambasciate statunitensi in Kenya e Tanzania» e che i kamikaze di Al Qaida che nel 2002 agirono ancora in Kenya contro l’Hotel Paradise e un aereo israeliano «sono stati addestrati a partire dal 2001 a Mogadiscio sotto la leadership di Fazul Abdullah Mohammed», comandante indiscusso di Al Ittihad, regista dell’assalto sacrilego al cimitero italiano di Mogadiscio del gennaio scorso.
Il gruppo di Londra proviene, al pari di quello partito per Roma, da quest’angolo d’Africa. E da qui sono pronte a mobilitarsi le cellule di Al Ittidah addestrate per la guerra santa nel Vecchio continente. Il battesimo del fuoco, però, potrebbe essere rimandato. «Nel prossimo periodo - preannunciano gli analisti del Sismi - è probabile infatti che inizierà una nuova jihad: contro i membri della Forza di Pace che dovrà agire in Somalia con il supporto dell’Unione Africana». Se non è oggi, sarà domani. Comunque sarà jihad.