Così la lunga mano saudita ha radicalizzato Giakarta

Processi per blasfemia, diffusione del burqa e scuole coraniche, i soldi di Riad hanno stravolto il Paese

Così la lunga mano saudita ha radicalizzato Giakarta

Arabisasi è una delle prime parole indonesiane che si imparano viaggiando dalle parti di Giakarta. È un neologismo che significa «arabizzazione», ma in Indonesia è stato usato in relazione a una serie di sviluppi: l'ascesa dell'islam politico e radicale, i processi per blasfemia, la crescente popolarità del burqa, la nascita di nuove moschee e di scuole coraniche, ma soprattutto la persecuzione delle minoranze religiose. Dietro alla rivoluzione che ha trasformato l'Indonesia si nasconde l'influenza dell'Arabia Saudita, che nel giro di appena quattro anni si è «comprata» l'arcipelago tropicale. I soldi di Riad, gli investimenti e le ingerenze politiche della corona saudita nelle scelte del governo del presidente Joko Vivodo, hanno stravolto il Paese, trasformandolo in un pericoloso avamposto jihadista. Il progetto del re Salman, è modellare sistematicamente il mondo musulmano (e i musulmani nel mondo) a propria immagine. Un problema non di poco conto, dal momento che, con circa 180 milioni di fedeli dichiarati su 250 milioni di abitanti, lo Stato indonesiano rappresenta il Paese musulmano più popoloso al mondo. Il proliferare di radicalismo islamico sta minando la stabilità della civiltà indonesiana. Il fondamentalismo ha reso il Paese una terra fertile per molti gruppi terroristici o di ispirazione wahabita (l'islam più radicale), i quali vogliono che l'Indonesia si trasformi in un Paese culturalmente legato a un islam molto più radicale, escludendo le altre confessioni o qualunque forma di islam impuro.

Giakarta è stata in questo periodo un esempio importante di quanto il tema religioso sia particolarmente grave nell'Indonesia contemporanea. L'ex governatore Basuki Tjahaja Purnama è stato condannato per blasfemia da un tribunale islamico solo perché di religione cattolica, e la città è stata colpita da un attentato, probabilmente suicida, in cui sono morti due poliziotti, ferite altre persone e che ha scosso la città facendola piombare nel panico. Dietro tutto questo ci sarebbe l'obiettivo, non velato, di fomentare la rabbia tra cristiani e musulmani, riuscendo a sconvolgere un equilibrio millenario fra le due religioni. In molti si domandano come mai in questi anni il fenomeno radicale islamico stia esplodendo in un Paese come l'Indonesia. Certamente, in questo cambiamento ha influito un apporto dall'esterno non irrilevante, che ha nel tempo cambiato il volto dell'islam nel Paese. Questo influsso proviene appunto dall'Arabia Saudita. Dal 1980 a oggi, la monarchia saudita ha investito milioni di dollari in un progetto di conversione culturale del Paese. Sono state circa 150 le moschee di stampo wahabita aperte in Indonesia con i fondi sauditi, oltre a un'università a Giakarta e più di cento collegi a cui sono stati forniti libri e anche insegnanti. Le scuole di lingua araba sono cresciute esponenzialmente, tant'è che la lingua locale è stata sostituita per decreto presidenziale dall'arabo. Senza dimenticare le migliaia di borse di studio offerte ai ragazzi indonesiani affinché possano studiare in Arabia Saudita. Il cuore pulsante della forzata trasformazione si trova nell'isola di Batam, in una zona economica libera, di fronte alla baia di Singapore. L'isola ha ben poco da offrire, a parte lo shopping esentasse e i bar a buon mercato, ma negli ultimi cinque anni è diventata la sede di un'importante emittente radiofonica salafita, Hang radio, e di diversi convitti salafiti. Ogni giorno la radio trasmette venti ore di programmi a contenuto religioso, tra cui sermoni di predicatori in visita nell'isola. Hang radio è stata citata in un rapporto delle Nazioni Unite come una delle cause del radicalismo sempre più diffuso tra i giovani e persino nelle carceri.

A conferma di quanto importante sia l'apporto saudita nel mondo indonesiano, quest'anno per la prima volta dal 1970, un monarca di Riad è andato in visita ufficiale a Giakarta. Una visita che ha fruttato circa un miliardo di dollari di investimenti nell'ambito della ricerca, ma che nel tempo potrebbe significare una crescita nelle relazioni fra Riad e Giakarta. Si parla di addirittura tredici miliardi di dollari immessi nel sistema scolastico e universitario indonesiano da parte dello Stato saudita, ed è chiarissimo che questi soldi non vengano dati per beneficenza, ma che implichino scelte politiche da parte indonesiana sicuramente in linea con le volontà dell'Arabia Saudita, anche e soprattutto in ambito culturale, religioso e quindi, in ultima istanza, politico. La visita del re Salman va certamente analizzata in questo senso come una volontà di rafforzare la presenza araba nel Paese e come una conferma di quanto stia a cuore la crescita dell'islamismo da parte di Riad anche in chiave politica. Avere un'Indonesia dove prolifera il pensiero wahabita significa, a lungo termine, avere in mano il controllo di una fazione pericolosa e poter quindi avere un peso molto rilevante nella stabilità non solo dell'Indonesia ma dell'intera regione del Sud-est asiatico.

Oggi più che mai l'allerta terrorismo si focalizza proprio nell'area asiatica, poiché dopo la perdita del contesto territoriale dello Stato Islamico gli esperti e gli analisti politici ritengono che quella regione del mondo possa diventare un luogo di approdo per i migliaia di foreign fighters che hanno combattuto in Siria e Iraq. Se, da una parte, gli sforzi congiunti sia militari sia politici della comunità internazionale sono stati in grado di annientare la dimensione territoriale dell'Isis, dall'altra non sono riusciti a debellarne la sua ideologia. La retorica propagandistica del sedicente califfato è in cerca di nuovi terreni di confronto che superino i confini e i contesti geografici del Medio Oriente e il pericolo di una sua una propagazione nei paesi asiatici è più che concreta. Secondo un rapporto del Military Intelligence britannico, non è da escludere che i miliziani indonesiani possano diventare i nuovi «soldati» dell'Isis per possibili attentati in Europa.

Commenti