«Così portai il jazz in Conservatorio»

È un vero ambasciatore del jazz. Ha suonato in sessanta Paesi, frequentato Duke Ellington, inciso più di cento dischi, lanciato decine di talenti e - soprattutto - ha portato ufficialmente il jazz come materia di studio nei conservatori. Per questi motivi - e per una carriera inarrestabile, che ha 80 anni lo vede ancora protagonista della scena jazz e d’avanguardia con una serie di album in uscita - oggi il maestro Giorgio Gaslini viene premiato da Letizia Moratti con l’Ambrogino d’oro. «È una sorpresa - dice Gaslini - perché premiano solo me, di solito l’Ambrogino lo danno a dicembre a diverse persone meritevoli».
Un Ambrogino speciale dedicato a una vita per il jazz.
«Beh io ho suonato in tutto il mondo dimostrando che il jazz è una musica e un linguaggio universale e credo anche di aver contribuito alla crescita del jazz italiano. La nostra scena oggi è una delle più vivaci al mondo».
Facendo un bilancio cosa la riempie più di orgoglio?
«La mia battaglia culturale per far capire alle istituzioni che il jazz è arte e non intrattenimento stupido. Son riuscito a far entrare il jazz come materia d’insegnamento al Conservatorio».
Come ha fatto?
«Parlai davanti alla commissione che doveva approvare l’ingresso del jazz in Conservatorio come materia ordinaria. Ce la misi tutta; parlai dell’influenza che jazz e blues hanno avuto su artisti come Gershwin e Bernstein (quest’ultimo l’ho frequentato a lungo e abbiamo suonato insieme). Dissi che Petrassi e Dalla Piccola erano innamorati di Duke Ellington e che, dopo il suo concerto al Lirico di Milano, von Karajan , noto per il suo rigore, andò a bussare alla porta del suo camerino e s’inchinò. Conclusi dicendo: “ditemi voi se per queste parole merito un marchio d’infamia o posso essere assolto”».
E come finì?
«Il jazz entrò in Conservatorio, prima a Santa Cecilia e poi a Milano, dove alla fine degli anni 70 c’erano più di mille iscritti. Da quei corsi uscirono grandi solisti di oggi come Maurizio Giammarco, Bruno Biriaco, Attilio Zanchi e tanti altri».
Insomma è stata dura.
«Si, ma oggi la nostra scena è all’avanguardia. Però in passato il jazz non era considerato cultura, mentre lo era persino in Cina e in Vietnam: quando andai in questi due paesi io loro governi organizzarono corsi di ascolto ed introduzione alla mia musica. Tenni un concerto a Bombay nel silenzio più assoluto, tanto che nel buio mi dissi: “non c’è nessuno”. Solo alla fine vidi migliaia di indiani che applaudivano. Tornai dall’India profondamente colpito e scrissi Indian Suite»
Che cos’è per lei il jazz?
«Un magico incontro tra arte colta e popolare. Oggi si parla di contaminazioni come se fossero una novità, ma da sempre i musicisti hanno preso da altri generi e stili. I grandi compositori classici si sono spesso ispirati al folklore. I grandi del jazz, come Charlie Mingus, Miles Davis, Ornette Coleman con cui ho improvvisato recentemente a casa mia, a livello compositivo, tecnico e stilistico non sono inferiori a nessuno».
Lei ha scritto anche opere in cui univa artisti diversi come Don Cherry e Gato Barbieri.
«Si, in New Feelings, c’era quello spirito libero e comunicativo degli anni Sessanta che permetteva di creare grandi cose sia rispettando che stravolgendo le radici».
Lei come si definisce?
«Musicista, compositore, jazzman senza confini che elabora materiali diversi. Io lavoro col blues e la musica popolare ma mi dedico anche alla sperimentazione e alla musica sinfonica. Continuo ad esplorare: ho inciso cento dischi e non ho intenzione di smettere. Sono ancora curioso».
Quindi aspettiamo nuovi album?
«Quest’estate uscirà un album jazz e in seguito due dischi di musica sinfonica. Poi un altro disco col programma che presentai alla rassegna MiTo due anni fa al Teatro Manzoni con la presentazione di Giacomo Manzoni».
Della musica leggera cosa pensa?
«Certe canzonette sono intrattenimento effimero utile per chi non ha tempo o voglia di ascoltare cose impegnative; altre sono belle e ben costruite. Non sono contro le canzonette, ne ho scritte più di cento e mi sono dedicato anche alla canzone d’autore».
E il rock?
«Il rock rappresenta un momento importante nella storia della seconda metà del ’900 ed è espressione della cultura bianca. Il jazz è molto più antico, viene dai canti di lavoro afroamericani ed è policulturale. Nato in America con radici africane ora si è sviluppato e, mentre in America si sperimenta ma si custodisce anche la tradizione, in Europa ci sono rivoli di avanguardia estremamente interessanti».

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