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Così si (ri)tagliano anche il futuro

L'avvio precoce al lavoro non è solo illegale, non è solo tempo tagliato ai giochi dell'infanzia o ai sogni dell'adolescenza (fino a 15 anni per la legge i minori sono bambini)

Così si (ri)tagliano anche il futuro

L'avvio precoce al lavoro non è solo illegale, non è solo tempo tagliato ai giochi dell'infanzia o ai sogni dell'adolescenza (fino a 15 anni per la legge i minori sono bambini). Oggi è dimostrato che chi inizia prima del tempo si è già (ri)tagliato un bel po' di futuro. A 15 anni ha già segnato le sue prospettive lavorative con un enorme e difficilmente aggirabile ostacolo per raggiungere i vertici della piramide professionale. Il 50,1% di chi ha iniziato a lavorare prima dei 16 anni si ferma a svolgere professioni di media-bassa qualificazione. Solo il 17 per cento arriva a svolgere una professione imprenditoriale, intellettuale o tecnica. Il confronto è schiacciante: sono circa la metà di quanti invece iniziano a lavorare più tardi (31,5%). Lo dice lo studio del 2020 della Fondazione Consulenti del Lavoro. D'altronde la maggior parte dei 35enni che hanno iniziato prima del tempo a lavorare (il 46,5%), ha raggiunto a malapena la licenza media e solo l'11,2% è arrivato alla laurea. Percentuali quasi invertite invece per chi ha iniziato a lavorare in età legale: solo il 17,9% si ferma alle medie mentre il 27,3% si è laureato. A rendere il dato ancora più preoccupante è che secondo la stima elaborata dalla Fondazione sui dati dell'Indagine Forze di lavoro dell'Istat, il fenomeno di irregolarità nel nostro Paese sarebbe molto diffuso: ha interessato 2,4 milioni degli attuali occupati tra i 16 e i 64 anni: il 10,7% di chi lavora adesso ha iniziato quando non avrebbe potuto. Circoscrivendo invece l'analisi ai giovani, su 4,9 milioni di occupati con meno di 35 anni, più di 230mila (il 4,3%) hanno dichiarato di aver svolto una qualsiasi forma di lavoro retribuita prima dei 16 anni. La maggior parte (il 64,7%) a 15 anni, mentre più di un terzo ancora prima: il 27,7% a 14 anni, il 6,2% a 13 anni e c'è anche una (per fortuna) minima parte, l'1,3%, ancora prima. Il fenomeno sarebbe più diffuso tra gli uomini, «un dato che risente della maggior propensione ad abbandonare gli studi, ma anche di un più significativo coinvolgimento nelle esigenze di sostentamento delle famiglie in condizioni economiche disagiate rispetto alle donne».

L'indagine sottolinea in effetti che la percentuale è andata via via riducendosi nel tempo grazie alla crescita dei livelli di istruzione della popolazione. E quindi se l'irregolarità ha riguardato il 15,3% dei lavoratori tra i 55 e i 64 anni (quasi uno su 6), oggi invece interessa il 5,2% dei 25-34enni e il 2,7 tra i 16-24enni. D'altronde era il 2015 quando Furio Rosati direttore del programma di ricerca Ilo-Unicef-Banca Mondiale Understanding Children's Work diceva che «un bambino costretto a lavorare prima del tempo avrà il doppio delle difficoltà dei suoi coetanei ad accedere ad un lavoro dignitoso in età più adulta. E correrà molti più rischi di rimanere ai margini della società, in condizioni di sfruttamento». Questo, oggi pare ancora un rischio attuale.

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