Angela Merkel deve non chiedere scusa: né al suo partito, né ai suoi elettori, né a se stessa. Ha perso, sì. Ha perso male, anche. Per la prima volta ha regalato una Regione ai Verdi. Lhanno chiamata sconfitta, tracollo, débâcle. Va bene qualunque grado, qualunque aggravante (...)
(...) e qualunque sinonimo, tranne fallimento. Perché è il contrario. La cancelliera tedesca si lecca le ferite elettorali in contemporanea con Nicolas Sarkozy, battuto anche lui nel voto cantonale. Diranno: è linizio del declino del centrodestra europeo. È unequazione facile: la gente è scontenta, quindi ti vota contro, quindi perdi. Solo che qui di elementare cè poco, forse niente. Merkel e Sarkozy perdono in due Paesi diversi. La cancelliera vede una Germania che cresce veloce e forte: più cinque per cento di Pil allanno. È lesempio per gli altri, è tornata il traino dellEuropa, è il modello di riferimento. Vogliono tutti essere un po tedeschi: i più bravi a capire come si poteva uscire dalla crisi e i primi a farlo. Però perde, la Merkel. Perde senza appello, abbattuta dal vento contrario, messa giù per ko a neanche metà dellincontro. Perde lei, perché vince la Germania.
La sconfitta non è la rimonta della sinistra sulla destra: è un voto contro un cancelliere e un governo che hanno avuto il coraggio di fare scelte impopolari. Perché Berlino questo ha fatto: ha varato il più grande pacchetto di austerità mai visto nella Germania del dopoguerra. Quella del 2010 è stata una maxi-manovra finanziaria da oltre 80 miliardi di euro in quattro anni. Non ha aumentato di un centesimo le tasse sui redditi dei cittadini o lIva, ma ha tagliato tutto il tagliabile: i fondi alla difesa, lo stato sociale, la spesa pubblica. Ha licenziato, ha prepensionato, ha stretto la cinghia degli statali. Ha perso voti, così. Perché questa sì che è unequazione che funziona: se mandi a casa un dipendente pubblico in esubero, puoi stare certo che non ti voterà più; se tagli gli assegni e i sussidi vari, se abbatti gli sprechi, se cancelli prebende e consulenze, tutti quelli che si sentiranno danneggiati non metteranno mai una X sul tuo simbolo o sul tuo nome. È il mercato. Lo metti in conto e vai per la tua strada: Merkel ha fatto così. Ha ripulito la Germania dalle cose che non funzionavano, ha potato le radici troppo invadenti, ha segato i rami che producevano frutti scadenti o marci. È crollata nei sondaggi. È il prezzo che si paga per tenere in piedi uno Stato. Perché uno decide: voglio essere rieletto oppure voglio rimettere in moto il mio Paese? Limpopolarità e il coraggio di fare qualcosa che nellimmediato non paga, ma in futuro gratifica la collettività è la sfida dei leader del mondo. Sarkozy lha raccolta sulle pensioni. Sapeva che sarebbe stato un suicidio elettorale. Però la riforma lha fatta ugualmente: sgradita ai sindacati, a molti lavoratori, a moltissimi pensionati. Però fondamentale.
Hanno avuto paura Merkel e Sarkò, è sicuro. Entrambi hanno cercato di recuperare: lei per contenere i Verdi ha svoltato sulla questione nucleare; lui per contenere il Front national sè riposizionato a destra, ha cominciato a spingere sul pedale del nazionalismo, del contrasto dellimmigrazione, della grandeur. Tutto comprensibile e però inutile. Per fortuna. Perché la sconfitta di Merkel e quella di Sarkozy sono fisiologiche, sono naturali, sono addirittura benvenute. Paradossi della politica: perdere per vincere. Vale persino per José Luis Rodriguez Zapatero. Vinceva mentre stava silenziosamente massacrando la Spagna: spesa pubblica e sociale al massimo per finanziare il miracolo di carta. Piaceva e tutti lo votavano. Poi è crollato il Paese e con lui il suo leader. Ora Zapatero sta risollevando la Spagna con la stessa logica: tagli, razionalizzazione, zero follie. Realista, appunto. Quindi sgradito. Non sarà sconfitto, il premier iberico, soltanto perché probabilmente non è ricandidato. Sarà sconfitto comunque il suo partito socialista, al quale la gente rinfaccerà la fatica che sta facendo ora per riemergere dal fango. È la dimostrazione che non perde la destra di Sarkozy e Merkel, ma il coraggio di essere impopolari.
Così le urne puniscono la politica del coraggio
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