Il delirio dell'irriducibile che firmò due omicidi: "Sfuggire non è viltà"

Enrico Galmozzi, ex Prima Linea, applaude i francesi: "Ingiusto punire 40 anni dopo". Con i familiari delle vittime non ha mai tentato alcun contatto. Sul caso Cospito: "Il 41 bis è una tortura contraria a qualsiasi civiltà giuridica"

Enrico Galmozzi, ex Prima Linea

Oggi fa la vita da pensionato e scrive libri. Nel tempo libero si diletta sui social tra attacchi a Matteo Salvini, suggerimenti al tecnico della Juve Max Allegri e post al veleno come quello scritto dopo il no della Corte di Cassazione francese all`estradizione in Italia dei 10 ex terroristi: «Quanto mi fa godere la Cassazione francese», scriveva ieri Enrico Galmozzi detto «Chicco» (nella foto), poche ore dopo il verdetto di Parigi. Lui gode. Mentre i familiari delle vittime urlano contro l`ennesima porta in faccia alla richiesta di giustizia. Galmozzi è stato un pezzo grosso del terrorismo rosso italiano. Fondatore delle Brigate combattenti di Prima Linea. Guai a confonderle con le Brigate Rosse - «siamo altra cosa».

In comune però c`è la violenza come arma politica. Galmozzi, 72 anni da compiere il 5 luglio prossimo, ha due condanne per gli omicidi dell`avvocato Enrico Pedenovi, consigliere provinciale del Msi a Milano e del poliziotto Giuseppe Ciotta. Verrà condannato a 27 anni di carcere. Ma ne sconterà in cella solo 11. Ciotta era uno degli investigatori di punta del pool antiterrorismo di Carlo Alberto Dalla Chiesa. Galmozzi lo ammazzò a sangue freddo il 12 marzo del 1977. Il 29 aprile 1976 era toccato a Enrico Pedenovi finire sotto il fuoco della banda Prima Linea. Altro episodio che lo riporta alla ribalta delle cronache è quello di aver concepito i figli, con la compagna Giulia Borelli nelle gabbie dell'aula bunker ricavata nell'ex carcere femminile di Santa Verdiana durante il processo per le attività di Prima linea in Toscana.

Oggi vive in un paesino della Calabria e ha scelto, a differenze di molti altri ex terroristi, di non andare in tv. Scrive libri. È stato autore di vari saggi e articoli. Nel 1994 ha pubblicato «Il soggetto senza limite», un`opera critica del dannunzianesimo e dell`esperienza legionaria fiumana. Nel 2019 ha pubblicato «Figli dell`officina», che racconta le origini e la nascita di Prima Linea. Si diverte a parlare di Russia. Il nemico resta la destra. Qualche anno fa finì nella bufera per un post violentissimo contro l`allora ministro dell`Interno Matteo Salvini. Dopo uno scambio di messaggi accetta di parlare con il Giornale. Dieci assassini resteranno liberi. Come fa a godere per un`ingiustizia? «Io ho espresso soddisfazione per la sentenza di una Corte Costituzionale, non per quella di un Tribunale del popolo. Ingiustizia sarebbe perseguitare dopo più di 40 anni persone tipo Pietrostefani che ha 79 anni, è un trapiantato di fegato: volete farlo morire in carcere e poi parlate di giustizia e rispetto per le persone. Per altro Pietrostefani si professa innocente» - risponde al Giornale l`ex numero uno di Prima Linea. Il riferimento è a Giorgio Pietrostefani, fondatore con Adriano Sofri di Lotta Continua, riparato in Francia. Sulla testa di Pietrostefani pende una condanna a 22 anni per l`omicidio del commissario Luigi Calabresi.

Andiamo avanti. Chi imbraccia le armi per una rivoluzione deve mettere in conto che la guerra vinca lo Stato. Scappare all`estero non è sintomo di viltà per gente che voleva fare la rivoluzione? «Sottrarsi alla cattura non è segno di viltà», ribatte Galmozzi che poi rivela di non aver però più contatti con quel mondo. E con i familiari delle vittime ha mai provato un approccio? «No». Venendo ai giorni nostri l`irriducibile sembra ringalluzzirsi per la battaglia portata avanti dall`anarchico Alfredo Cospito contro il 41 bis: «È una tortura e contrario a qualsiasi civiltà giuridica e spero non muoia».

Se fossero ancora attive le Brigate Combattenti sarebbe in piazza? «L'esperienza della lotta armata è consegnata alla storia ed è irripetibile e improponibile». Un`ultima cosa. Segue la politica? Le piace Elly Schlein nuovo segretario del Pd? «Non è un problema mio».

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