Gli avevano portato via persino lo smartwatch, l'orologio da polso. Questa mattina Giuliano Tavaroli, ex capo della sicurezza di Telecom, si vede restituire tutto: telefoni, pendrive, computer, e anche l'orologio, che gli erano stati sequestrati la mattina del 20 aprile dai carabinieri mandati dalla Procura di Roma. Tavaroli è indagato in un filone laterale dell'inchiesta che vede tra gli altri indagati l'ex numero due dei servizi segreti Giuseppe Del Deo, accusato di una lunga serie di reati. A Tavaroli i pm romani, guidati dal procuratore Francesco Lo Voi, contestavano l'accusa di associazione a delinquere per avere fatto parte di un gruppo dedicato al dossieraggio illegale, attraverso "una pluralità di reati di accesso abusivo a sistemi informatici di interesse per l'ordine e la sicurezza pubblica, di captazione fraudolenta di comunicazioni informatiche e telematiche e interruzione di comunicazioni relative a sistemi informatici o telematici”. Il coinvolgimento di Tavaroli aveva contribuito vistosamente a dare visibilità pubblica alla notizia dell'indagine romana. Anche se leggendo le carte si scopriva che l'unico elemento riportato dai pm a carico dell'ex dirigente Telecom era una conversazione tra due indagati in cui parlando di una bonifica ambientale di diceva "bisognerà dare qualcosa a Giuliano".
Appena l'inchiesta dei pm romani è arrivata al vaglio del Riesame, gli elementi a carico di Tavaroli non devono essere risultati particolarmente convincenti neanche per i giudici. L'11a sezione penale del tribunale romano con il dispositivo depositato stamane "annulla il decreto di sequestro emesso nei confronti di Tavaroli Giuliano e per l'effetto dispone la restituzione dei beni in sequestro". Le motivazioni non sono ancora note, ma è verosimile che il Riesame non abbia visto neanche il "fumus" di un reato. Nel loro ricorso i legali di "Tavola" (nome in codice di Tavaroli quando dava la caccia ai terroristi rossi) avevano sostenuto che a carico del loro assistito "vi è il nulla più assoluto, un totale vuoto di elementi indizianti". A partire dall'unico riferimento "bisogna dare qualcosa a Giuliano": "è un mistero come mai tra tutti i Giuliano che esistono in Italia o anche solo a Roma si sia ritenuto che quel Giuliano sarebbe proprio Giuliano Tavaroli". E quand'anche si trattasse davvero di Tavaroli, "le attività di bonifica non sono di per sé illegittime". D'altronde le intercettazioni tra i presunti complici di Tavaroli, tra cui l'ex agente segreto Bonomo, dimostrano che si occupavano più che altro di piazzare finte telecamere negli uffici dei clienti per poi vantarsi di averle scoperte: "una pantomima abbastanza grottesca".
Il Riesame di Roma azzera tutto. "Non è ancora la chiusura tombale della vicenda ma siamo certi che questo sia il primo passo verso l'archiviazione definitiva", dicon gli avvocati Massimo Dinoia e Fabio Federico.