E il "Corriere" snobba la verità sulla morte di Tobagi

L’ex gip Salvini condannato per le critiche all’Arma: udienza il prossimo 10 giugno

E il "Corriere" snobba la verità sulla morte di Tobagi
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Walter Tobagi (nella foto) si poteva salvare? I dubbi sulla morte dell’allora 33enne giornalista del Corriere della Sera continuano a farsi strada a 24 anni esatti dal barbaro omicidio, avvenuto in via Salaino a Milano, alle 11 del 28 maggio 1980, per mano dei terroristi della Brigata XXVIII Marzo, rampolli della borghesia milanese folgorati dalla lotta armata. Un commando freddò il cronista originario di Spoleto con cinque colpi di pistola, in testa e al cuore. A sparare furono Marco Barbone (figlio di un dirigente Rcs poi pentito) e Paolo Morandini, figlio di un giornalista del Giorno. Con loro c’erano anche Mario Marano, Francesco Giordano, Daniele Laus e Manfredi De Stefano.

Oggi al cimitero di Milano a omaggiare il fondatore della corrente sindacale Stampa democratica c’erano i suoi colleghi di allora. Come Renzo Magosso, che con il direttore di Gente Umberto Brindani si battono perché le eventuali responsabilità degli inquirenti sulla sua tragica scomparsa non cadano per sempre nel dimenticatoio. Anche loro hanno subito un processo e una condanna ingiusta per aver fatto il loro lavoro, tanto che in 30 pagine la Corte di Strasburgo ritenne quella sentenza «un’ingerenza sproporzionata nel loro diritto alla libertà d’espressione», e condannò l’Italia a risarcirli con 15mila euro per il danno morale.

Il prossimo 10 giugno a Brescia ci sarà l’udienza d’appello del processo intentato dal colonnello Alessandro Ruffino, allora capitano dei carabinieri del gruppo del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa che indagò sui terroristi. In primo grado l’ufficiale ha ottenuto solo una mini condanna per l’allora gip Guido Salvini (oggi a riposo) a 800 euro di ammenda e 5.000 euro di provvisionale. Galeotta una sua frase a un dibattito nel 2018 alla presentazione di un libro di Antonello De Stefano, fratello del Manfredi nel gruppo dei killer di Tobagi, morto in carcere in circostanze oscure. Nel libro (mai querelato) si mettevano in fila una serie di zone d’ombra nelle indagini precedenti la morte di Tobagi, tanto che la stessa sentenza di condanna di Salvini parla di «numerose leggerezze e inadempienze». Sappiamo che le confidenze di Rocco Ricciardi, militante delle Formazioni comuniste combattenti comuniste (detto «il Postino») al brigadiere Dario Covolo portarono già nel 1979 a relazioni di servizio che certificavano la volontà di un altro gruppo di terroristi di uccidere Tobagi. Per il Tribunale di Brescia «è verosimile che ne esistessero più di una». Sono state fatte sparire per evitare guai all’Arma?.

«Questo processo ha portato più verità sull’omicidio di Tobagi», aveva scritto Salvini al Corriere della Sera.

Curiosamente, lo stesso giornale di Tobagi ha cavalcato la condanna del gip («Diffama senza prove») anziché pretendere la verità sul barbaro omicidio di uno dei suoi migliori cronisti. Segno dei tempi grami di un mestieraccio dove le faide tra cronisti, inquirenti e magistrati rischiano di ammazzare pure la verità.

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