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Giustizia non è fatta

Qui non siamo davanti a una serie tv: qui c'è un uomo che si è mangiato anni di vita per un processo che oggi appare, nella migliore delle ipotesi, un castello di carte

Giustizia non è fatta
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L'ultimo audio su Andrea Sempio che riapre il caso di Garlasco non è un colpo di scena: è una sberla dritta in faccia alla verità. Perché se quell'audio sta in piedi, se rimette in fila omissioni, coincidenze e domande lasciate a marcire negli archivi, allora la conclusione è una sola e fa male dirla: Alberto Stasi è in carcere da innocente. E no, non basta commentare «clamoroso» sotto un post. Non basta aspettare la prossima perizia come si aspetta la prossima puntata. Non bastano le impronte che rispuntano e le scene del delitto che cambiano. Qui non siamo davanti a una serie tv: qui c'è un uomo che si è mangiato anni di vita per un processo che oggi appare, nella migliore delle ipotesi, un castello di carte. Adesso lo sappiamo: davanti a un quadro di accuse così fragile, Stasi non doveva neppure essere arrestato. Punto. Non si incarcera una persona perché «prima o poi qualcosa salta fuori». Non si costruisce un colpevole per quieto vivere, per chiudere il caso, per consegnare un nome alla cronaca e togliere pressione a chi indaga. Lo Stato non può permettersi di sbagliare così e poi pretendere applausi alla giustizia come se niente fosse. Ma attenzione, perché dall'altra parte c'è l'altra metà del disastro. Se davvero c'è stato un errore giudiziario su Stasi, allora su Sempio la giustizia italiana ha un obbligo ancora più pesante: fare un processo vero, blindato, con tutte le garanzie difensive possibili. Non per buonismo, ma per sopravvivenza istituzionale. Perché se mai si arrivasse a una sentenza di colpevolezza, dovrà essere talmente solida, talmente provata, talmente inattaccabile da non lasciare spiragli.

Altrimenti tra qualche anno saremo punto e a capo, a riaprire per la terza volta il delitto di Chiara Poggi. E questa non è giustizia: è una roulette. E a pagare, come sempre, non sono i titoli dei giornali. Sono le persone.

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