C'è la prova che Chiara Poggi non ha mai visto le foto hard sul pc di Alberto Stasi prima di essere uccisa. È questa l'ultima novità del caso Garlasco, che mette la parola fine a diciott'anni di fango sul condannato per il delitto del 13 agosto 2007. Il quale, dopo un decennio in prigione, spera finalmente di avere giustizia, grazie alla nuova inchiesta della Procura di Pavia che accusa Andrea Sempio di aver massacrato Chiara.
A rivelare il dato, che confuta il passaggio della sentenza di Cassazione in cui, sebbene non sia stato individuato il movente, si fa riferimento a quelle foto porno che avrebbero potuto scatenare l'ira di Chiara e dunque un'ipotetica lite tra fidanzati, sono stati i periti informatici del processo di primo grado, Roberto Porta e Daniele Occhetti. Nel 2009, su disposizione del giudice Stefano Vitelli, i due ingegneri riuscirono a recuperare dal pc l'alibi di Stasi per quella mattina, cancellato a causa delle maldestre manovre effettuate dai carabinieri, i quali manomisero il 73,8 per cento del contenuto del dispositivo su cui il bocconiano preparava la tesi.
Già in quella perizia del 2009, Porta e Occhetti, analizzando i file di sistema, esclusero che la sera del 12 agosto, quando Chiara restò sola nella villetta dalle 21,59 alle 22,14 perché Stasi si era precipitato a casa per mettere in sicurezza il cane lasciando il pc acceso, la ragazza avesse aperto la famigerata cartella «militare», dove Alberto deteneva i file pornografici. Una valutazione di tipo probabilistico, visto che gli approfondimenti informatici avevano lasciato un buco di circa cinque minuti. Era stato ricostruito l'inserimento alle 21,59 di una usb dove Chiara aveva trasferito 287 foto della vacanza di Londra con il fidanzato, ne aveva guardate alcune e poi aveva visionato immagini di un cagnolino. Dalle 22.09 alle 22.14 più nulla, ma la difficoltà di trovare in poco tempo i file hard, salvati in una sottocartella senza nome della «militare», aveva spinto i periti del giudice a escludere che la ragazza potesse aver visto le foto che aprivano la strada all'ipotesi, priva di qualsiasi dato oggettivo, di quella lite che avrebbe portato Stasi, la mattina dopo, a irrompere nella villetta e a compiere la mattanza in soli 23 minuti. Una ricostruzione fantasiosa che aleggia sulla condanna, con il riferimento esplicito alla presenza di «migliaia di immagini di contenuto pornografico, in cartelle diversamente denominate».
Gli ermellini però, in assenza di prove, hanno dovuto certificare come il movente del delitto non sia stato individuato. E anche in questo caso, alla stregua di quel Dna sulle unghie della vittima oggi compatibile con il cromosoma Y di Sempio ma allora bollato come non attribuibile in modo da non escludere che fosse di Stasi, la novità sulla mancata visione delle foto porno sarebbe stata un elemento a favore del condannato. Perché è vero che la rivelazione arriva oggi, ma quella prova risale al 2014, proprio nel processo di appello bis, quando i consulenti tecnici dell'allora sostituto procuratore di Milano Laura Barbaini riuscirono a decodificare, tra l'altro, le operazioni di Chiara sul pc di Alberto in quei 5 minuti di vuoto informatico.
Ma il loro compito riguardò i giorni precedenti al 12 e al 13, per verificare se Stasi avesse cancellato dei file. Ignorando così del tutto le prove che smontano il movente non scritto, ma ampiamente propalato dalla narrazione tossica per dipingere il mostro.