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Pasticcio monoclonali, il documento della Corte dei Conti che dà torto a Aifa

L'audizione di Ranieri Guerra smentisce la versione dell'Italia sulla donazione di 10mila dosi in pandemia della Eli Lilly

Pasticcio monoclonali, il documento della Corte dei Conti che dà torto a Aifa

Che fine ha fatto il procedimento alla Corte dei Conti sulla mancata donazione decisa da Aifa in pandemia di 10mila monoclonali Eli Lilly che avrebbero potuto salvare migliaia di pazienti fragili e non vaccinabili? «Sui monoclonali si sarebbe dovuto fare tutto quello che la medicina suggeriva potesse funzionare», è la sintesi dell’audizione alla Corte dei conti - che il Giornale pubblica in esclusiva - dell’ex dg della Prevenzione Ranieri Guerra, protagonista anche del carteggio di email depositate in commissione Covid da cui si comprende la genesi di questa vicenda.

Oggi sappiamo che sarebbe bastato autorizzare la donazione di 10mila dosi di monoclonali Eli Lilly ottenute grazie al professor Guido Silvestri, un medico italiano diventato un luminare in America, e forse avremmo potuto abbattere fino al 90% le ospedalizzazioni dei pazienti fragili. E invece tra rimpalli, smentite e burocrazia oggi sappiamo che ci sono due versioni che non collimano.


Nell’ottobre del 2020, mentre il Paese contava i morti e si avviava verso la seconda ondata armato di «tachipirina e vigile attesa», la multinazionale del farmaco Eli Lilly, offre all’Italia diecimila dosi di anticorpi monoclonali a titolo di donazione. Così sostiene Guerra e le carte: «Il 9 ottobre 2020 Silvestri mi disse di aver parlato con il Chief scientific officer Eli Lilly, il suo ex collega Daniel Skovronsky, che gli avrebbe offerto a titolo gratuito le 10mila dosi». Guerra avverte immediatamente l’allora ministro della Salute Roberto Speranza: «Mi sembra di averlo incontrato proprio personalmente – fisicamente – e lo avviso di questa possibilità», la sua risposta è operativa, «mi dà indicazione di attivare il dottor Nicola Magrini, dg Aifa e Giovanni Rezza.

Per accettare la donazione e somministrare il farmaco in sicurezza serve un protocollo, se ne occula dottor Andrea Antinori, dirigente clinico del «Lazzaro Spallanzani», istituto specializzato in malattie infettive. Il protocollo «era stato sviluppato sulla base delle informazioni emerse dalla fase III del trial clinico della Eli Lilly e che a lui erano state fornite da Silvestri». Bisognava selezionare i pazienti giusti «sui quali l’evidenza scientifica segnalava la maggiore efficacia del farmaco e il suo utilizzo controllato sotto supervisione». Antinori, secondo la ricostruzione del verbale, era pronto a muoversi in fretta, «presumendo (o promettendo) l’ok di Aifa una volta acquisita l’approvazione da parte del Comitato etico dello Spallanzani nel giro di non più di 24 ore». Le scorciatoie procedurali c’erano: uso compassionevole «sempre tramite uno specifico protocollo approvato dal Cts di Aifa», oppure «l’inserimento in una lista di farmaci approvati (detta “lista 648”)». Più strade possibili, ostruite dai niet dell’allora direttore scientifico dello Spallanzani Giuseppe Ippolito e del direttore legale di Aifa Nicola Magrini.
Eppure i vantaggi sul piano clinino e la promessa di abbattimento dei ricoveri erano evidenti. Lo sostiene Guerra, ricostruendo la corrispondenza dell’ottobre 2020: «La Eli Lilly comunica che nei pazienti di età superiore ai 65 anni, l’efficacia del farmaco era di una riduzione dell’ospedalizzazione quasi del 90 per cento, quindi altamente efficace sul ceppo virale in quel momento largamente diffuso, ossia il ceppo Wuhan».

Effetti collaterali? «Silvestri affermava che dai dati in possesso dell’azienda gli effetti collaterali erano praticamente inesistenti», ricorda l’ex dg della Prevenzione, in quei giorni all’Organizzazione mondiale della sanità. Insomma, meno ricoveri, meno morti e un rischio ragionevole. «Certo, nel 2020 siamo ancora in un trial, ossia in un contesto sperimentale - spiega Guerra ai giudici contabili - i dati erano parziali e non conclusivi, ma si sarebbe dovuto fare tutto quello che la medicina suggeriva potesse funzionare, perché anche un’evidenza di efficacia, per quanto limitata, sarebbe stata meglio di un protocollo fermo a “tachipirina e vigile attesa”».

Perché tanta prudenza? «Io le posso dire che io avrei preso tutto quello che era disponibile». Magrini, come abbiamo ricostruito, sostiene di non avere mai ricevuto un’offerta dalla Eli Lilly. Perché la donazione si perfezionasse, serviva infatti un gesto formale dalla parte italiana e non da quella del colosso farmaceutico. Insomma, doveva essere l’Italia a chiedere la donazione, sapendo che la risposta sarebbe stata positiva: «All’inizio la Eli Lilly (Skovronsky, ndr) diceva chiaramente che aveva comunque bisogno di una lettera da parte italiana, che fosse Speranza o Magrini, chiunque avesse l’autorità di scriverla e firmarla, per poi attivare la procedura di donazione». Ma la lettera non sarebbe mai partita: «Io ho anche chiesto informalmente a Magrini quali fossero gli elementi ostativi a mandare avanti questa procedura, rappresentandogli proprio il precedente del “Sofosbuvir”». Da direttore generale della Prevenzione, con l’allora ministro Beatrice Lorenzin, Guerra aveva gestito la partita del primo farmaco efficace contro l’epatite C, dal costo all’epoca proibitivo. «Aifa aveva dato specifiche direttive anche per arrivare alla negoziazione con l’azienda per prezzi più accessibili».

Insomma, si poteva fare. Ma Magrini sembra irremovibile: «Lui mi rispose, in un paio di occasioni, che non aveva mai ricevuto un’offerta formale per la donazione da parte della Eli Lilly». Ma a smentirlo sono le email che lo stesso Guerra ha consegnato anche alla commissione d’inchiesta Covid e che il senatore Antonella Zedda ha letto negli scorsi giorni durante l’audizione dell’ex dg della Prevenzione Giovanni Rezza, con Pd e M5s che hanno mostrato molto nervosismo. Sappiamo che quell’interlocuzione fittissima tra soggetti istituzionali era tutt’altro che clandestina. Tanto che, ad un certo punto Guerra annota: «La Eli Lilly era stata contattata direttamente dal presidente di Aifa Domenico Mantoan, in autonomia rispetto al canale di comunicazione aperto dallo stesso Guido Silvestri».


La sequenza che ha cambiato (in peggio) la pandemia è incalzante: dalla lettera del 9 ottobre 2020 passano venti giorni preziosissimi prima della riunione decisiva. Il cui contenuto si può ricostruire con la mail del giorno dopo, durissima, dello stesso Silvestri. Che conferma di aver percepito «una fortissima resistenza da parte di Ippolito e Magrini, più sfumata ma della quale – afferma – non capisce le ragioni». La risposta dell’apparato è il rimpallo verso l’alto. Rezza risponde immediatamente suggerendo un contatto diretto con Speranza, a cui Silvestri il 31 ottobre «chiedendo un contatto verbale. Ma — annota Guerra — non credo tuttavia che questo contatto ci sia poi stato», perché in seguito Rezza riferisce «di aver nuovamente sollecitato il ministro della Salute sulla questione».
E si arriva all’1 dicembre, alla «stranissima comunicazione» secondo Guerra in cui Silvestri riferisce di aver appreso «da due fonti “attendibili” che Speranza avrebbe raccontato di essere all’oscuro di tutto e di essere stato informato della cosa solo dal Sindaco di Firenze, Dario Nardella, a metà novembre». Eppure il verbale colloca la prima comunicazione al ministro Speranza al 9 ottobre, da parte dello stesso Guerra, e registra l’indicazione proprio di Speranza di attivare Magrini e Rezza. Anche qui, prudenza doverosa: si tratta di un «si dice» riportato da terzi, una notizia de relato che Guerra stesso incornicia tra virgolette e attribuisce a «fonti» altrui. Non è una prova. Ma il giorno successivo, il 2 dicembre, è lo stesso Rezza ad ammettere «di aver parlato almeno un paio di volte della questione con Speranza».

Difficile far quadrare un ministro «all’oscuro di tutto» con un ministro interpellato a più riprese da un suo direttore Nel frattempo il virus corre, Eli Lilly ammette che altri Stati sono ingolositi dalle dosi di monoclonali. E la vicenda si chiude così, anche (stranamente) per la Corte dei Conti.


Ma l’Italia non stava forse sviluppando i propri anticorpi monoclonali? Sì, ma questa è un’altra storia, che ci porta a Siena e a una società di cui avevamo già parlato: la Toscana life Science e i suoi interessi con il Pd. Che nonostante le promesse non le produrrà se non fuori tempo massimo, come ha ricostruito il Giornale.

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