Cronaca internazionale

"La responsabilità dei naufragi...". E nelle chat dei migranti scoppia la polemica

Anche in Africa c'è chi cerca di andare contro il pensiero unico e di scardinare la convinzione che i barchini per l'Europa siano l'unica via. M anche da quelle parti il dissenso sembra non dover trovare spazio

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Aumentano le partenze dal Nord Africa e, inevitabilmente, aumentano i naufragi nel Mediterraneo. L'estate, com'era prevedibile, ha incrementato il già poderoso flusso di migranti che cercano di raggiungere l'Italia e Lampedusa. Mentre in Italia la sinistra alimenta il dibattito su una nuova missione Mare Nostrum, che già nella sua prima versione fu fallimentare e portò a un ovvio aumento delle partenze, che i buonisti rossi fingono di non vedere, sull'altra sponda del bacino esiste un approccio diametralmente opposto.

Invece di colpevolizzare gli Stati che non prestano soccorso, come fanno le Ong e la sinistra, ragionano sul fatto che nel momento in cui una persona sale su una di quelle bagnarole instabili, senza saper nuotare, affidandosi a trafficanti senza scrupoli il cui unico obiettivo è guadagnare. "Perché correre rischi mortali ogni giorno e poi evocare il nome di Dio? A volte dobbiamo assumerci (la responsabilità delle, ndr) disgrazie che ci capitano quando siamo noi stessi a cercarle", scrive Henri Joel, uomo subsahariano. La sua rabbia si rivolge a quanti, davanti alle notizie dei naufragi o delle scomparse, invocano il nome di Allah.

Una visione che finora, stando alla nostra esperienza, è una cattedrale nel deserto a quelle latitudini, dove la partenza per l'Europa sembra essere per molti l'unico scopo della vita. E infatti, a fronte di questa osservazione, sono piovute addosso all'uomo non poche critiche e anche qualche insulto. "Come ti piace dare lezioni da zero", scrive un uomo evidentemente infastidito. E ancora: "La morte ti trova ovunque. È il loro destino. Nessuno può cambiarlo, ogni anima assaggerà la morte". E poi: "Facile parlare quando si tratta di altri".

Ma Henri Joel non sembra essere sensibile a questo tipo di rimostranze e ha replicato, con estrema lucidità, a quello che in Africa è il pensiero unico. "Nessuno vi obbliga a farlo. Il numero di morti, i naufraghi, le dimensioni così piccole di quelle barche, la profondità del mare, gli spostamenti delle maree devono farti farti venire i brividi lungo la schiena e farti dire: 'Basta, mi fermo'". Quindi, a chi gi dice che è meglio partire che continuare a vivere in Africa, refrain di quanto in tanti blaterano anche alle nostre latitudini, senza aver davvero mai visto niente di quei Paesi, l'uomo replica: "Tra me che resto in campagna e te che sogni di essere umiliato dai tunisini e di rischiare la vita in mare, di chi dobbiamo avere pietà?".

Da questa conversazione emerge con forza un aspetto, forse finora sottovalutato. Esiste e si sta affermando con grande radicalità nella società uno schema che non è molto dissimile da quello che osserviamo con sempre più frequenza anche in Europa. Chiunque dissenta dal pensiero unico imposto a una certa schiera politica, che potrebbe anche essere la stessa per Europa e Africa, viene considerato "dalla parte sbagliata".

La volontà di imporre un pensiero unico, anche sulla questione migratoria, rende chiunque la pensi diversamente un avversario. E i danni che questo sta causando in chi è stato convinto che le partenze siano la svolta per la vita sono sotto gli occhi di tutti.

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