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“La mafia cinese dei minerali”: l'inchiesta Usa che inguaia la Cina

Un rapporto del Congresso statunitense accusa le aziende minerarie cinesi di pratiche abusive e strategiche nel controllo globale dei minerali critici

“La mafia cinese dei minerali”: l'inchiesta Usa che inguaia la Cina
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Un paper di oltre 100 pagine che accusa diverse aziende minerarie cinesi, molte delle quali legate allo Stato, di operare con pratiche “abusive” nei Paesi ricchi di materie prime strategiche. Di questo parla l’esplosivo rapporto realizzato e pubblicato dalla Select Committee on China del Congresso degli Stati Uniti, una commissione bipartisan della Camera dei Rappresentanti, istituita per analizzare la competizione strategica tra Stati Uniti e Cina, e presieduta dal deputato repubblicano Mike Gallagher (e guidata in ambito democratico dal rappresentante Raja Krishnamoorthi). Ecco che cosa è emerso.

La Cina e il “gioco” dei minerali

Secondo l’inchiesta, le attività delle imprese cinesi nel settore estrattivo si inseriscono in un disegno più ampio che mira a garantire alla Repubblica Popolare Cinese un accesso privilegiato alle risorse indispensabili per la transizione energetica e per le tecnologie avanzate, spesso attraverso strumenti finanziari e accordi bilaterali collegati alla Belt and Road Initiative.

Il documento sottolinea che, a differenza delle imprese occidentali, generalmente soggette a vincoli di mercato, obblighi di trasparenza, controlli degli azionisti e possibili azioni legali, molte aziende cinesi operano con il sostegno diretto o indiretto dello Stato, il cui obiettivo prioritario sarebbe la sicurezza dell’approvvigionamento, anche a costo di impatti ambientali e sociali significativi.

Il paper, tra l’altro, richiama casi in cui accordi infrastrutturali e concessioni minerarie avrebbero favorito società legate a Pechino in contesti caratterizzati da regolamentazioni deboli e sistemi di governance fragili.

Il lato oscuro delle attività minerarie di Pechino

Uno dei casi citati riguarda la Repubblica Democratica del Congo, spesso indicata nel rapporto come esempio emblematico del modello di scambio “minerali in cambio di infrastrutture”.

Ebbene, secondo l’indagine un accordo siglato con imprese statali cinesi avrebbe previsto investimenti infrastrutturali per miliardi di dollari in cambio dell’accesso a giacimenti di cobalto e rame valutati decine di miliardi. Tuttavia, il documento sostiene che una parte consistente delle infrastrutture promesse non sarebbe stata realizzata nei termini inizialmente annunciati e che, nel tempo, siano emerse accuse di corruzione e opacità nella gestione dei fondi. Vengono poi citati episodi che coinvolgono altri Paesi africani, tra cui Zambia e Zimbabwe, dove organizzazioni della società civile avrebbero denunciato condizioni di lavoro pericolose, impatti ambientali rilevanti e scarsa valorizzazione delle comunità locali.

Pur riconoscendo che il settore minerario globale ha storicamente affrontato problemi ambientali e violazioni dei diritti, il Comitato sostiene che le differenze di accountability tra aziende cinesi e occidentali producano effetti strutturali sulla concorrenza internazionale e sugli standard operativi.

In sostanza, l’inchiesta sostiene che la combinazione tra investimenti strategici, leve finanziarie e vantaggi competitivi legati a costi inferiori consentirebbe alla Cina di consolidare un’influenza significativa sulle catene di approvvigionamento dei minerali critici, con implicazioni geopolitiche e industriali di lungo periodo. Un problema non da poco per l’Occidente.

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