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“La Cina si è rimessa in sesto”: così Xi Jinping si prepara al vertice con Donald Trump

Il tycoon ha sconfessato diverse politiche anti-cinesi adottate nel corso del suo primo mandato e adesso cerca un rapporto tra pari con Pechino

“La Cina si è rimessa in sesto”: così Xi Jinping si prepara al vertice con Donald Trump

Non è ancora cominciato ma molti commentatori prevedono che il vertice, atteso nei prossimo due giorni, tra Donald Trump e Xi Jinping, si concluderà con una vittoria strategica da parte del presidente cinese. Solo per citare una delle tante analisi pubblicate nelle ultime ore, il Guardian ritiene infatti che il leader degli Stati Uniti, un uomo che ama vantarsi di avere tutte le carte in mano, potrebbe trovarsi seriamente a corto di assi quando si siederà al tavolo con Xi. Tale considerazione e altre dello stesso tenore non tengono conto di alcune importanti ombre che interessano il gigante asiatico ma, di fatto, trovano diverse conferme sia da un’analisi più approfondita della pozione del Paese erede del Celeste Impero sia (ed è questa la cosa più sorprendente) nella linea pubblica adottata dal tycoon nei confronti della nazione che da anni sfida nel mondo l’egemonia americana. O quel che ne resta.

Per comprendere quanta acqua (leggasi una pandemia e due guerre commerciali) sia passata sotto i ponti nelle relazioni tra le due superpotenze, basta guardare alle differenze tra il primo e il secondo mandato del repubblicano. Durante la prima amministrazione Trump, riassume il Wall Street Journal, la Cina si trovava in una posizione diversa, sconcertata dall’imprevedibilità del miliardario e profondamente preoccupata che i suoi dazi potessero paralizzare la sua economia. L’intesa raggiunta tra Washington e Pechino nel 2020 prevedeva che i cinesi acquistassero beni statunitensi per oltre 150 miliardi di dollari, migliorassero l’accesso al mercato cinese e si astenessero dall’obbligare le aziende straniere a trasferire tecnologia.

All’epoca dell’accordo, Xi Jinping tirò un sospirò di sollievo ma promise di garantire che la Cina non sarebbe stata più così vulnerabile. “Hanno ricevuto un bel pugno in faccia, sono tornati in palestra e si sono rimessi in sesto”, dichiara Jonathan Czin, ricercatore presso il Brookings Insitution. La strategia del moderno Grande Timoniere, nota come “Fortezza Cina”, ha potenziato le tecnologie nazionali e ridotto le dipendenze della Cina dai prodotti americani, “Hanno dimostrato di poter superare la tempesta e l’amministrazione americana è stata costretta a fare marcia indietro sui dazi e a trascorrere gran parte dell’ultimo anno cercando di placare la Cina”, prosegue Czin riferendosi alle iniziative lanciate da Trump a partire dal suo ritorno alla Casa Bianca.

Sempre il Wall Street Journal sostiene che quando il tycoon tornerà a Pechino, a quasi dieci anni (nel 2017), dalla sua ultima visita nella Repubblica Popolare, troverà un Paese più autosufficiente, militarmente assertivo ed economicamente al riparo dagli strumenti che il presidente statunitense ha cercato di utilizzare per ostacolare la Cina e le sue ambizioni. Pechino ha raggiunto o superato l’America in diversi campi tecnologici, la sua flotta navale è la più grande del mondo e le scorribande di Trump in politica estera, dal Venezuela all’Iran passando per le sortite (per ora solo verbali) su Cuba e Groenlandia, fanno sì che Xi Jinping possa affermare di essere l’unico adulto nella stanza, pronto a salvaguardia dell’ordine internazionale.

Che gli equilibri di potere tra Stati Uniti e Cina pendano verso il gigante asiatico - una valutazione che potrebbe determinare un irrigidimento di Pechino sui dossier che verranno affrontati al vertice in agenda da domani - lo ha ammesso, nel concreto, anche lo stesso Trump. Il capo della Casa Bianca ha definito l’imminente incontro con Xi Jinping come il G-2, il “Gruppo dei due” che detta legge sulla scena globale. Rispetto agli anni del suo primo mandato, il tycoon ha inoltre fatto marcia indietro rispetto ad alcune delle sue politiche più aggressive nei confronti della Cina.

Lo scorso autunno The Donald ha chiesto al Pentagono di riscrivere la bozza della strategia di difesa che rappresentava Pechino come la principale minaccia alla sicurezza di Washington. Il documento finale, in cui si legge che il presidente Usa “auspica una pace stabile, un commercio equo e relazioni rispettose con la Cina”, presenta infatti un tono decisamente più conciliante. Tra le altre iniziative che il capo della Casa Bianca ha approvato dopo il suo incontro ad ottobre con Xi Jinping in Corea del Sud ci sono poi la sospensione dei dazi su importanti settori cinesi, la riduzione delle indagini sugli hacker legati a Pechino e la richiesta ai funzionari di moderare i commenti sulla Cina.

Nella Repubblica Popolare c’è grande consapevolezza rispetto alla relativa debolezza degli Stati Uniti. Basti pensare al rapporto dal titolo “Grazie Trump” pubblicato a gennaio da un think tank affiliato alla Renmin University. Gli autori del documento affermano che i dazi del tycoon, gli attacchi agli alleati, le politiche anti-imigrazione e le bordate all’establishment politico americano hanno rafforzato la Cina. Il presidente americano viene considerato un “acceleratore del declino politico americano” dagli studiosi dell’università cinese, i quali avvertono anche che Washington rischia di scivolare verso un'instabilità “in stile latinoamericano”.

Mentre l’accresciuta assertività cinese preoccupa per i suoi risvolti sulla questione Taiwan - gli esperti prevedono che Xi Jinping possa fare pressioni su Trump sul tema del supporto Usa a Taipei - non si può non rilevare che il leader di Pechino si presenta al meeting di domani con più di un grattacapo. In economia, il gigante asiatico deve fare i conti con consumi interni deboli e disoccupazione giovanile alta. La lotta alla corruzione e le epurazioni all’interno dell’esercito cinese hanno poi creato vuoti preoccupanti nel sistema militare della superpotenza che rendono evidente come il moderno Mao abbia perso la fiducia nei suoi generali.

Tali elementi dovranno essere tenuti ben in considerazione da chi oggi scommette sulla travolgente avanzata cinese a discapito della potenza statunitense. Insomma, per dirla alla Mark Twain, le notizie della morte dell’ordine mondiale a guida Usa potrebbero essere decisamente esagerate.

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