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Tra Xi e Trump: cosa c'è dietro la mossa cinese di Keir Starmer

La visita di Keir Starmer in Cina non è una svolta filo-Pechino, ma una mossa di triangolazione. Londra dialoga con Xi per mandare un messaggio a Washington, mentre Trump torna a rendere instabile il rapporto con gli alleati

Tra Xi e Trump: cosa c'è dietro la mossa cinese di Keir Starmer
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Keir Starmer è arrivato a Pechino con un lessico studiato al millimetro: cooperazione pragmatica, realismo strategico, dialogo senza illusioni. È il linguaggio che serve quando si parla con la Cina senza voler apparire né ingenui né ostili. Ma il vero destinatario di quel vocabolario non siede solo nella Grande Sala del Popolo. Sta anche a Washington, dove Donald Trump ha riportato l’imprevedibilità al centro dei rapporti con gli alleati, e a casa: un Paese stanco, nervoso, sempre più scettico verso la capacità del nuovo governo laburista di rimettere ordine nel caos britannico.

La visita di Starmer in Cina non è un ritorno sentimentale all’era dell’“età dell’oro” sino-britannica, né un’improvvisa conversione. È una mossa di triangolazione, resa urgente dal contesto internazionale e dalle tensioni transatlantiche. Londra manda un segnale a Pechino, certo, ma soprattutto usa Pechino per parlare a Washington. Il messaggio è che il Regno Unito resta un alleato affidabile, ma rifiuta di essere intrappolato in una relazione asimmetrica con un’America imprevedibile. Commentando le minacce tariffarie statunitensi, Starmer ha avvertito che "una guerra dei dazi non è nell’interesse di nessuno", aggiungendo che l’obiettivo del suo governo è "fare in modo che non si arrivi a quel punto".

In questo senso la Cina diventa una leva, non un rifugio. Starmer non sfida apertamente l’alleanza atlantica e non mette in discussione l’architettura di sicurezza occidentale. Al contrario, insiste su una distinzione netta tra cooperazione economica e sicurezza nazionale. Già al G20 del 2024, nel suo primo incontro con Xi Jinping, il premier britannico aveva parlato della necessità di costruire una relazione "coerente, duratura e rispettosa". È quella formula che oggi Downing Street ripropone come bussola: dialogo stabile, ma senza illusioni strategiche. Per la leadership cinese, un Regno Unito disposto a normalizzare i rapporti senza toni ideologici è un interlocutore utile, soprattutto in una fase in cui i canali con Washington sono tesi e frammentati. Ma Pechino sa anche che Londra non è né Bruxelles né Berlino: il margine economico è più limitato e la dipendenza britannica dalla sicurezza americana resta profonda.

Xi ha sfruttato a sua volta il palcoscenico diplomatico per lanciare un messaggio che va ben oltre il rapporto bilaterale con Londra. Il leader di Pechino ha avvertito che "l’unilateralismo, il protezionismo e la politica di potenza sono in aumento" e che "l’ordine internazionale è sottoposto a forti pressioni", aggiungendo che "il diritto internazionale può essere realmente efficace solo se tutti i Paesi lo rispettano" e che "i grandi Paesi, in particolare, dovrebbero dare l’esempio, altrimenti il mondo rischia di tornare alla legge della giungla". Trump non è stato citato per nome, ma il riferimento alla fase attuale della politica americana è apparso trasparente. In questo quadro, la visita di Starmer è diventata anche un segnale simbolico: un alleato storico degli Stati Uniti che dialoga con Pechino mentre la competizione tra le grandi potenze si irrigidisce e l’equilibrio globale appare sempre più instabile.

La triangolazione, però, non è solo esterna. Sullo sfondo pesa la politica interna. Starmer governa un Paese attraversato da una crisi del costo della vita, da servizi pubblici esausti e da un elettorato che non ha ancora percepito un cambio di passo netto dopo l’era conservatrice. La politica estera, in questo quadro, diventa anche uno strumento di gestione dell’agenda: spostare il focus, mostrare leadership, raccontare una Gran Bretagna che torna a contare. Non a caso il viaggio arriva mentre il governo evita di pubblicare integralmente il cosiddetto “China audit”, la valutazione interna sui rischi e le opportunità del rapporto con Pechino.

Resta però il rischio strutturale. Più la competizione tra Stati Uniti e Cina si irrigidisce, meno spazio c’è per le ambiguità strategiche. La politica del “non lasciarsi scegliere”, che oggi appare razionale e persino elegante, potrebbe diventare insostenibile se Washington pretendesse allineamenti più duri o se Pechino alzasse il prezzo. In quel momento la triangolazione smetterebbe di essere una leva e diventerebbe una trappola. E Starmer di certo non è Kissinger. Per ora, però, scommette sul tempo.

Usa la Cina per ricordare a Trump che il Regno Unito non è privo di alternative, e usa Trump per ricordare alla Cina che Londra non è un partner ingenuo. Nel mezzo, cerca di guadagnare spazio politico interno, mostrando un premier che agisce, negozia, si muove sullo scacchiere globale mentre a casa il terreno resta instabile.

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