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Rimossa la pubblicità sessista del poke. Il Comune: "È abusiva"

Il poster viola il regolamento consigliare: "Sfrutta il corpo femminile senza correlazione col prodotto"

Rimossa la pubblicità sessista del poke. Il Comune: "È abusiva"
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Saranno rimossi i cartelli pubblicitari del poke che immortalano una donna nuda e ammiccante che porta due bowl del famosissimo cibo hawaiano/giapponese al posto del seno. La domanda provocazione sotto il fotomontaggio: «Hai già provato le mie poke?». Secondo il regolamento comunale sulla pubblicità, questa è considerata sessista e non ammissibile. Nel 2013 il consiglio comunale ha deliberato, con voto unanime, una risoluzione per contrastare la pubblicità sessista e promuovere un uso responsabile dell'immagine della donna impegnandosi a «evitare di commissionare, ideare, realizzare e diffondere qualsiasi rappresentazione che possa essere considerata stereotipata, degradante o discriminatoria o che sfrutti l'esposizione mediatica di parti del corpo della donna senza alcuna correlazione con il prodotto promosso».

Così il regolamento dell'Istituto di Autodisciplina Pubblicitaria (IAP) prima e il Codice della strada poi hanno espressamente vietato «qualsiasi forma di pubblicità, su strade e veicoli, avente contenuto sessista, violento, offensivo o comunque lesivo dei diritti civili, del

credo religioso e dell'appartenenza etnica ovvero discriminatorio».

Ecco quindi che il cartellone del poke viola entambi, non solo, è anche abusivo e quindi verrà rimosso, ma se anche fosse stata chiesta l'autorizzazione, non sarebbe stato approvato, dicono da Palazzo Marino. Il regolamento per le affissioni, infatti, prevede che la collocazione di cartelli e lungo le strade sia soggetta in ogni caso ad autorizzazione da parte del Comune. Quando arrivano delle richieste agli uffici preposti viene aperta un'istruttoria: è necessario specificare quali manifesti si vogliono esporre, di che dimensioni, in quale periodo verranno affissi e inviare i bozzetti dei poster. Dopodiché la richiesta viene valutata e autorizzata o meno. In questo caso non sarebbe passata.

Nella recente storia del Comune ci sono eloquenti casi di pubblicà censurata o rimossa con una nobile eccezione: sebbene non rimossi, i manifesti «anti-anoressia» di Oliviero Toscani per Nolita nel 2007 crearono una forte divisione nella giunta sull'opportunità di «censurare immagini forti, seppur a scopo sociale».

Nel 2010 vennero invece rimossi, seppur autorizzati, i manifesti di una azienda produttrice di cibo per

animali che ritraeva uomini e donne nude con delle maschere di cani e gatti, definita oscena e «da guardoni» dal quotidiano Avvenire.

Così vennero bloccati i manifesti anti-caccia della LAV (2017) che ritraevano una volpe, un uccello e un cervo esanimi sull'erba. Immagini che Palazzo Marino aveva considerato «non idonei alla sensibilità pubblica» tra mille polemiche.

Rimase affisso per un solo giorno il cartellone dell'associazione Pro Vita & famiglia contro la Ru486. Il poster paragonava, senza troppi giri di parole, il farmaco a un veleno che «mette a rischio la salute e la vita della donna e uccide il figlio nel grembo».

Nessuno, invece, ha potuto ammirare Achille

Lauro versione Barbie crocefisso su gomme da masticare: nel 2020 l'immagine che avrebbe dovuto comparire in corso Como per promuovere l'album 1990, venne bloccata dal Comune per «sensibilità religiosa e tutela dell'infanzia».

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